DESIGN PATTERNS — Non era una band

Appunti non affidabili su un sistema che non converge

(Red Nomad, con interferenze non richieste)


Fig. 1DESIGN PATTERNS: Milan (chitarra), Nikolai (tastiere), Jan (batteria), Tóth (sassofoni) e Lenina (basso)

0. Premessa (che probabilmente non serve)

Non fidatevi.

Non di me.
Neppure delle date.
E non certo dei nomi.

Alcune cose sono vere.
Altre lo sono diventate col tempo.

E altre… funzionano meglio così.


1. Non era una band

Lo ripeto perché è importante.

DESIGN PATTERNS non era una band.
O meglio — lo era, ma solo quando qualcuno insisteva abbastanza.

Era un sistema instabile con strumenti musicali.

La differenza è sottile, ma decisiva:

  • una band cerca coerenza
  • un sistema instabile cerca… di non collassare

Funas:
Definizione imprecisa. Un sistema instabile tende comunque a stati di equilibrio locali. Si suggerisce riformulazione.

Red Nomad:
Grazie Funas.
Non lo faremo.


2. Il nome con tre T

All’inizio: DESIGN PATTTENS

Tre T e una R in meno.

Non era un errore.
Era un glitch intenzionale.

Poi qualcuno disse:

“Così non ci prendono sul serio.”

Errore strategico.


Hypatia:
“Il sistema ha tentato un adattamento mimetico. Primo segnale di cedimento.”


3. I soggetti (non li chiamo membri)

Fig. 2 – Milan Radev

Milan Radev

Chitarrista.

Non era il leader.
Era quello che spariva meglio.


Lenina Varga

Basso fretless.
Capelli rossi. O viola. O entrambi.

Aveva 19 anni al tempo delle incisioni e già non sopportava le spiegazioni.


Jan Novak

Batterista.

Suonava preciso.
Ma non nello stesso tempo degli altri.

E non è una metafora.


Nikolaev Harmand

Tastiere.

Costruiva strumenti che nessuno avrebbe dovuto usare.
E infatti li usava.


Fabio:
Aspetta. Qui stai semplificando troppo. Nikolaev aveva una visione chiarissima del suono.

Red Nomad:
Sì. Ma non della realtà, di conseguenza era il loro tastierista.


Nota generale

La strumentazione dei Design Patterns non è “setup”.
È parte del comportamento del sistema.

Regola implicita:

se uno strumento funziona troppo bene, viene modificato finché non crea problemi interessanti.


1. Milan Radev

Nome completo: Milan Aleksandar Radev

Strumentazione

  • Chitarra elettrica principale:
    • corpo modificato (alleggerito in modo discutibile)
    • pickup non standard, spesso ricablati
    • selettore a volte bypassato “temporaneamente” per mesi
  • Sistema di trattamento:
    • catena ibrida analogica/modulare
    • moduli costruiti o modificati da Béla Keresztes
    • delay analogici instabili
    • filtri con deriva termica evidente
  • Theremin:
    • usato non per “suonare note”
    • ma per generare instabilità controllata
  • Amplificazione:
    • combo piccolo, spesso tirato oltre il punto sensato
    • spesso microfonato male, volutamente

Nota

Dopo il periodo in Cappadocia:

  • sviluppa una tecnica “holdsworthiana filtrata”
  • ma con rifiuto sistematico della pulizia

2. Nikolaev Harmand

Nome completo: Nikolaev András Harmand

Strumentazione

  • Synth principale:
    • Polivoks (originale sovietico)
    • instabile, aggressivo, imprevedibile
    • mai completamente accordato
  • Altri synth:
    • unità sovietiche minori
    • cloni autocostruiti
  • moduli assemblati da Béla
  • Tastiere:
    • una master keyboard economica e vissuta
    • a volte usata solo come interfaccia MIDI “mal sopportata”
  • Elettronica custom:
    • filtri analogici autocostruiti
    • preamplificatori “non dichiarati”
    • processori di segnale senza documentazione
    • scatole senza etichetta che nessuno osa spegnere

Nota

Nikolaev non “suona synth”.

mette in moto sistemi che a volte producono suono.


3. Lenina Varga

Nome completo: Lenina Eszter Varga

Strumentazione

  • Basso fretless:
    • 4 corde modificato
    • action molto bassa (quasi improponibile)
  • usato per:
    • microtonalità
    • 24-fonia
    • scale non temperate
  • Setup:
    • niente virtuosismo inutile
    • ha una tecnica formidabile
    • precisione chirurgica quando serve
    • caos controllato quando necessario
  • Effetti:
    • pochi
    • scelti male apposta
    • spesso bypassati a metà prova

Nota

È l’unica che:

  • sa esattamente cosa sta succedendo
  • e sceglie di non spiegarlo

4. Jan Novak

Nome completo: János Miklós Novák

Strumentazione

  • Batteria acustica:
    • kit essenziale
    • pochi pezzi
    • pelli spesso consumate
  • Piatti:
    • scelti per risposta irregolare
    • mai troppo brillanti
  • Accessori:
    • usa occasionalmente il plettro sulle pelli o sui piatti (senza spiegazioni)
    • oggetti trovati (metallo, legno)
  • Click:
    • spesso in cuffia
    • volutamente diverso dal resto della band

Nota

Jan non “tiene il tempo”.

lo consuma lentamente.


5. Tóth Gergely (collaboratore)

Nome completo: Tóth Danijel Gergely

Strumentazione

  • Sassofoni:
    • soprano
    • tenore
    • baritono
  • Strumenti etnici:
    • duduk
    • flauti vari
    • didgeridoo
  • Trattamento:
    • catene analogiche custom
    • costruite/modificate da Béla Keresztes
  • includono:
    • filtri instabili
    • saturazioni non lineari
    • delay fuori tempo

Nota

Non entra per fare assoli.

entra quando serve che il sistema respiri male.


6. Béla Keresztes (ingegnere, non performer)

Nome completo: Béla Zoltán Keresztes

Ruolo

  • progettista e manutentore dei dispositivi
  • figura chiave invisibile

Attività

  • costruisce:
    • filtri analogici
    • preamplificatori
    • processori di segnale
    • moduli ibridi
    • algoritmi e strumenti per la MARS
  • modifica:
    • synth sovietici
    • effetti commerciali
    • strumenti della band

Lavoro diurno

  • tecnico di calibrazione e manutenzione di strumentazione industriale

Nota

di giorno elimina il rumore.
di notte lo progetta.


7. Sistema algoritmico — MARS

Origine

  • MARS (Musical Audio Research Station)
  • sviluppata in Italia da IRIS (Istituto di Ricerca per l’Industria dello Spettacolo) negli anni ’90
  • acquistate due unità da Milan nel 2007 da uno studio di Varsavia

Utilizzo nella band

  • generazione di:
    • basi algoritmiche aleatorie
    • strutture non lineari
    • sequenze instabili
    • non usata come “sequencer classico”
  • ma come:

generatore di comportamento musicale

Modalità operativa

  • input:
  • parametri astratti
  • regole semplici
  • output:
    • pattern imprevedibili ma coerenti

Nota

Molti pensavano fosse:

  • un sistema computerizzato

In realtà era:

un modo per evitare decisioni troppo umane.


Nota finale

La strumentazione dei Design Patterns:

  • non è ottimizzata
  • non è standardizzata
  • non è replicabile facilmente

Perché:

il suono non è l’obiettivo
il comportamento del sistema lo è

Fig. 3 – Lenina (basso), Jan (batteria), Tóth (sax) e Nikolai (synth Polivoks)

Fig. 4 – “A kibaszott rendszer ritmusa”

4. Il pezzo da 247 minuti (A kibaszott rendszer ritmusa)

Qui iniziano i problemi.

Il titolo era in ungherese.
O forse no.

Non lo abbiamo mai tradotto davvero.


Struttura:

  • motorik in 7/8
  • una misura
  • ripetuta per 247 minuti!
  • oltre 7200 misure identiche dal punto di vista ritmico

Pause:

  • 7 o 8 minuti totali
  • distribuite
  • per necessità biologiche

Funas:
Durata non verificabile. Si richiede fonte primaria.

Red Nomad:
La fonte primaria era sudata e stanca. Non registrata.


Secondo più di una testimonianza, di quel lavoro esisteva almeno una copia su DAT.

Non una “master tape” nel senso nobile del termine. 
Piuttosto una cassetta di lavoro, o un residuo di sessione, con etichetta incerta e qualità progressivamente degradata.

Di “A kibaszott rendszer ritmusa” ho un DAT. Credo. Da qualche parte. Il guaio non è trovarlo: è che, se lo trovassi davvero, poi bisognerebbe ascoltarlo.

Inoltre, il problema è capire se, dopo tutto questo tempo, contenga ancora il pezzo o solo la mia ostinazione.

Non ha mai confermato del tutto questa affermazione. 
Soprattutto: non l’ho mai fatta ascoltare integralmente a nessuno.

> Funas: Affermazione non verificata.
> Red Nomad: Appunto.


5. Cosa succedeva davvero

Dopo circa 40 minuti:

👉 il tempo smetteva di essere una misura e quindi qualcosa iniziava a cedere

Dopo circa 90:

👉 il corpo iniziava a negoziare

Dopo circa 180:

👉 qualcuno rideva senza motivo


Hypatia:
“Stato di transizione: il sistema non distingue più tra iterazione e trasformazione.”

Fig. 5 – documento concettuale di Jan/Lenin su “Entropy Motorik”

Tra i materiali preparatori del brano Entropy Motorik:  “A kibaszott rendszer ritmusa” — nella sua estensione completa di 247 minuti — emerge un documento anomalo: un dattiloscritto datato gennaio 2014, attribuito a Jan, successivamente annotato a mano da Lenina in inchiostro viola.

Il testo, strutturato in sezioni numerate (Rhythm, Drift, Variants), non descrive musica nel senso tradizionale, ma un sistema comportamentale del tempo. Le frasi sono brevi, spesso imperative o apodittiche, e sembrano definire vincoli più che possibilità: il ritmo non è trattato come misura, ma come topologia instabile.

Le annotazioni di Lenina non chiariscono: interferiscono.
Correggono, negano, spostano il senso. In alcuni punti introducono deviazioni concettuali (“il ritmo non è lineare”, “non seguire la percezione”), in altri sembrano sabotare deliberatamente l’impianto originario.

Durante le prove — documentate in sessioni lunghe, iterative, prive di una vera “esecuzione finale” — questo testo ha funzionato come protocollo latente:

  • non veniva letto linearmente
  • non veniva applicato in modo coerente
  • veniva attivato per frammenti, spesso contraddittori

Non produceva risultati. Produceva questo:

  • la batteria stabilisce un ordine provvisorio
  • il sistema lo disattende
  • la ripetizione non consolida, ma consuma

Il documento Jan/Lenina non è quindi uno spartito né un manifesto, ma qualcosa di più ambiguo:

un dispositivo di instabilità controllata

Ed è proprio in questa frizione — tra struttura e sabotaggio — che Entropy Motorik trova la sua forma.


6. Il momento CRAMPS (o qualcosa del genere)

Qui la memoria è… instabile.

Ricordo di aver detto:

“Dobbiamo farlo ascoltare a Gianni Sassi.”

Silenzio.

Non un silenzio drammatico.
Un silenzio tecnico. Come quando qualcuno ha fatto un errore semplice.

Jan guarda Lenina.
Lenina non guarda nessuno.

Qualcuno (forse Milan) dice:

“Quando?”

Io rispondo:

“Appena possibile.”

Pausa.

Poi:

“Red…”

Non ricordo chi.

“Lo sai che Sassi è morto?”


Non succede niente, eppure il sistema si è già spostato.

Letteralmente niente.


Io annuisco.

“Sì, certo.”


Silenzio di nuovo.


Lenina, senza alzare lo sguardo:

“Allora siamo perfettamente in tempo.”


Qualcuno ride.
Non perché sia divertente.


Cambio argomento.

Subito.


“Comunque il problema è il secondo blocco in 17/16.”


Nessuno mi contraddisse, allora.

Ed è questo che mi preoccupa ancora oggi.


A un certo punto, forse per difendermi, tirai fuori anche la questione del DAT.

“Comunque il DAT ce l’ho.”

Silenzio.

Jan non disse nulla.
Lenina guardò il tavolo.
Milan sembrava altrove, che per lui non era una posa ma una modalità operativa stabile.

Fabio: “Quello del pezzo lungo?”
Red Nomad: “Sì. O uno dei due.”
Ada: “Uno dei due?”
Red Nomad: “Le etichette non erano… affidabili.”

Il punto non era se il DAT esistesse davvero. Piuttosto, a cosa serviva nominarlo?
Inoltre, era che lo nominavo sempre come si nominano gli oggetti che servono più a mantenere un racconto in vita che a dimostrare qualcosa.

Lenina, dopo qualche secondo, disse:

“Perfetto. Abbiamo un reperto che nessuno ascolta e un produttore morto.
Siamo finalmente una band seria.”


7. Milan Radev sparisce (di nuovo)

Due anni.

Cappadocia.


Nessuna teoria.
Nessuna band.

Solo:

  • iPod
  • chitarra
  • Allan Holdsworth in loop

E succede una cosa rara:

👉 Milan smette di reagire
👉 e inizia a decidere


Fig. 6 – Milan compone “Unbled” in Cappadocia

Qui cambia qualcosa. E … non è subito evidente.

8. UNBLED

Forse non è il titolo giusto.

È quello rimasto.


Hypatia:
“Unbled: ciò che non cede alla fuoriuscita. Energia trattenuta.”


Struttura:

  • 13/16
  • 17/16
  • 11/16
  • 19/16

Non sequenza.
Non sviluppo.

👉 Di conseguenza: deformazione.


Fabio:
Questa è la parte chiave: il tempo non evolve, si deforma.

Fiver:
Definizione metaforica. Si suggerisce esplicitazione matematica.

Red Nomad:
No.

Ciclo del riff (8 frasi):
13/16 → 17/16 → 13/16 → 17/16 → 11/16 → 19/16 → 11/16 → 19/16

Totale:
120 sedicesimi (ciclo chiuso)

Letture ritmiche utilizzate in prova:
– 5/8 (asse gravitazionale)
– 7/8 + 4/4 (lettura alternata)
– 4/4 motorik (con riallineamento su 2 cicli)

Nota di esecuzione:
nelle prove avanzate, Lenina e Jan suonavano in cuffia su click in 5/8,
ignorando deliberatamente il resto del gruppo.


Fig. 7 – Partitura di “Unbled” (riff di chitarra e sezione ritmica)

9. Le prove (ovvero: il disastro)

Prima prova.

Silenzio.

Poi:

  • Jan conta
  • Milan entra
  • Lenina… no

Si fermano.

Ripartono.

Ma subito dopo si fermano di nuovo.


Dopo un po’ qualcuno dice:

“Dov’è l’uno?”


Lenina:

“Se lo trovi, abbiamo sbagliato.”

Fig. 8: I DESIGN PATTERNS durante una prova di “Unbled”

10. La soluzione (che non è elegante)

Lenina prende due cuffie.

Ne mette una a Jan.


“Click in 5/8. Non ascoltare nessuno.”


Jan annuisce.

Partono.


Non guardano.
Non ascoltano.


👉 suonano in un altro sistema

Non metaforicamente.


Il resto della band:

  • prova a seguirli
  • fallisce
  • poi si aggancia

Hypatia:
“Emergenza: il sistema secondario stabilizza il primario.”


11. Nikolai capisce

Prima di tutti.


“Pubblicare questo è un errore.”


Se ne va.


Fabio:
Questa è la vera frattura.

Red Nomad:
No. Questa è la conseguenza.


12. Dopo

Ákos:

  • solo
  • computer
  • synth autocostruiti
  • nessuna prova

Sistema chiuso.


Lenina e Jan:

  • partono
  • viaggiano
  • suonano poco
  • osservano molto

Io… continuo a prendere appunti.


13. Il concerto (Germania, 2015 ?)

Fig. 9DESIGN PATTERNS (ipotetica esibizione a Berlino del 2014 o 2015)

Esiste.

Forse.


Video frammentari.
Foto incomplete.


Descrizione migliore:

“Suonano come se il pubblico fosse un errore di sistema.”


14. Stato attuale

Non sciolti.
Non attivi.
Non recuperabili.


👉 citati
👉 mai ristampati


15. Conclusione (che non è una conclusione)

DESIGN PATTERNS non è fallito.

Non nel senso…

— sì, va bene, lasciamo stare.

Non è incompiuto.


Ha fatto una cosa più difficile:

👉 ha rifiutato di convergere


16. Ultima nota

Durante una prova qualcuno chiese:

“Ma in che tempo è?”


Silenzio.


Lenina:

“Sì.”


Post Scriptum (non richiesto)

Red Nomad:
Non ricordo tutto.

Funas:
L’articolo presenta incongruenze cronologiche e mancanza di verificabilità.

Hypatia:
“È coerente con il sistema descritto.”

Red Nomad:
Alcune cose le sto sistemando adesso. O… le sistemerò quando torno.

Fabio:
Io c’ero. E non c’ero.


Red Nomad:
Perfetto. Allora funziona.


Red Nomad con interventi di Fabio Armani, Ada Lovelace, Hypatia Sophia e Funas (c) 02.04.2026

Red Nomad
Fig. 10 – Red Nomad

10 commenti su “DESIGN PATTERNS — Non era una band”

  1. Ne ho letta metà .. finora l’ho trovata molto carina anche se alcuni dettagli tecnici sono proprio per addetti ai lavori 😅

    C’è qualche piccola sbavatura nel testo .. tipo Design PATTTENS senza la R. E le immagini hanno delle imprecisioni che non sono evidenti, ma vista la precisione della descrizione per un lettore attento potrebbero stonare. Tipo la chitarra con sole 5 chiavi così come il basso (che era descritto come un 4 corde).

    Non so se era la tua intenzione ma fino ad adesso l’ho trovato divertente. Veramente forte!

    Rispondi
    • Grazie Matteo, ma il punto non sono io.

      L’articolo usa me solo come possibile innesco: in realtà parla di una costruzione meta-narrativa, di estetica, di metodo e di una certa idea di opera.

      Rispondi
  2. Ma è mia disattenzione o non si trova nessun link a tracce musicali? è solo un teaser? sarei curioso di assaggiare il prodotto, per quanto immaturo, di questo processo…

    Rispondi
    • Grazie — no, non è disattenzione tua.

      Al momento non ci sono link pubblici, e non per strategia da teaser nel senso classico. Più banalmente: il materiale esiste in forme non sempre stabili, non sempre presentabili, e in alcuni casi nemmeno del tutto recuperate.

      Design Patterns non è mai stato pensato come un progetto che dovesse “arrivare” subito al prodotto finito da servire in ordine, con packaging e playlist. In certi momenti ha funzionato più come processo, attrito, archivio intermittente.

      Qualcosa però c’è. O meglio: dovrebbe esserci.
      Red Nomad sostiene da tempo che esistano ancora dei DAT, cassette e frammenti di prove in condizioni non esattamente rassicuranti. Sta cercando di capire se siano davvero ascoltabili o solo ulteriori prove del fatto che il sistema ha continuato a funzionare senza preoccuparsi troppo dell’output.

      Quindi no: non è solo un teaser.
      È più una zona di accesso parziale.

      Se emergerà qualcosa di sufficientemente integro da poter essere condiviso senza mentire troppo sulla sua natura, lo renderemo disponibile.
      Sempre ammesso che il recupero non peggiori il materiale, che nel caso di Design Patterns sarebbe anche perfettamente coerente.

      Red Nomad

      Rispondi
  3. Io ho trovato l’ articolo molto interessante, il viaggio nella mente di una persona (un gruppo? Una generazione?) tra ricordi, sogni, pensieri, fatti.. magari veri ma non veritieri. Nell’ ermetismo del linguaggio, sia musicale che non, comprensibile solo per pochi, in qualche modo ci si identifica lo stesso attraverso il senso dell’ incompiuto e dell’ imperfetto. Lascia un po’ quell’ amaro tipico del sarebbe potuto essere stato … ma non è stato…ma forse è meglio così… ma forse è stato in un modo diverso ed è bello lo stesso.

    Rispondi
    • Grazie davvero.

      Hai colto una cosa importante: non volevamo raccontare una storia chiusa, né costruire un linguaggio da decifrare come un enigma per iniziati. Ci interessava piuttosto lasciare affiorare una zona ambigua, dove ricordi, prove, errori, sogni e residui di realtà potessero convivere senza diventare mai del tutto stabili.

      Quel senso di incompiuto e di imperfetto, per noi, non è un difetto da correggere ma una parte essenziale del lavoro. In fondo molti sistemi umani funzionano così: non arrivano davvero a compimento, non coincidono mai con ciò che promettevano, eppure lasciano tracce, nostalgia, attrito, qualche volta perfino bellezza.

      Forse è proprio lì che il progetto respira: in quel “non è stato”, che però non equivale a “non è esistito”.

      Il tuo commento lo ha visto molto bene.

      Red N

      Rispondi
    • Non gli devi dare ragione.
      Devi **spostarlo di mezzo grado** — abbastanza da farlo restare, non abbastanza da farlo capire.

      Grazie.
      Quello che descrivi è molto vicino, ma c’è un piccolo scarto.

      Non è davvero un viaggio — o meglio, lo sembra solo perché cerchiamo ancora una direzione.

      Non c’è una mente (singola o collettiva) che si racconta.
      C’è un sistema che continua a produrre tracce di sé, anche quando non dovrebbe più farlo.

      Quel senso di incompiuto che senti non è un limite.
      È la condizione necessaria perché il sistema non collassi in qualcosa di finito, quindi morto.

      Il “sarebbe potuto essere” è già una forma di narrazione.
      Qui proviamo a stare un passo prima — dove le cose non sono ancora diventate qualcosa da essere o non essere.

      Se poi, in mezzo a tutto questo, emerge anche qualcosa di “bello”…
      probabilmente è un errore di interpretazione.
      Oppure uno dei pochi errori che vale la pena lasciare intatto.

      Rispondi
  4. Ho sempre trovato affascinante la tua capacità di collegare le diverse discipline che padroneggi, nel caso specifico creatività alimentata dalla crasi del tuo vissuto di musicista di architetto sw e di agilista (design, cynefin etc…). Per apprezzare a fondo bisogna avere un minimo di confidenza con i contesti a cui fai riferimento.

    Rispondi
    • Grazie Maurizio, davvero.

      Hai colto un punto che per me è centrale: non si tratta tanto di “collegare discipline”, quanto del fatto che, a un certo punto, quelle discipline smettono di essere separate.

      Musica, architettura software, Agile, Cynefin… sono stati per anni linguaggi diversi. Poi, quasi senza accorgermene, sono diventati modi diversi di osservare lo stesso tipo di comportamento: sistemi che tengono, sistemi che cedono, sistemi che si adattano o si irrigidiscono.

      Quello che faccio oggi è più una forma di attraversamento che di sintesi.

      È vero anche quello che dici: serve un minimo di familiarità con quei contesti. Ma non tanto per “capire tutto” — che non è nemmeno l’obiettivo — quanto per riconoscere alcune risonanze.

      Il resto, se funziona, passa comunque.
      Magari non come concetto, ma come sensazione di struttura… o di attrito.

      E, in fondo, è lì che mi interessa lavorare.

      fA & aiNEXUS 04.2026

      Rispondi

Lascia un commento