
Non è stata una conversione, ma una conseguenza.
Ogni tanto qualcuno mi chiede quando sono diventato ateo.
La risposta è semplice: a undici anni.
La domanda successiva, però, è quella davvero interessante.
Perché?
Molti immaginano un trauma, una ribellione adolescenziale, una delusione personale o qualche lettura folgorante.
Niente di tutto questo.
A undici anni non avevo ancora letto Bertrand Russell, Richard Dawkins, Piergiorgio Odifreddi, Carl Sagan o Daniel Dennett. Non conoscevo la filosofia della scienza, la logica matematica, la teoria dell’evoluzione o l’epistemologia.
Facevo semplicemente una cosa che, a quanto pare, può risultare sorprendentemente pericolosa.
Facevo domande.
Il privilegio delle domande
Non ricordo un momento preciso. Ricordo invece un processo.
Più facevo domande, più le risposte sembravano cambiare forma.
Quando una spiegazione richiedeva un miracolo, mi chiedevo perché fosse necessario.
Quando un’affermazione pretendeva di essere vera soltanto perché scritta in un libro antico, mi domandavo perché quell’autorità dovesse bastare.
Quando qualcuno concludeva una discussione con “è un mistero”, avevo l’impressione che il mistero fosse stato usato come un elegante cartello con scritto: Fine della conversazione.
Io, invece, avrei voluto continuare.
La differenza tra fede e curiosità
Con il tempo ho capito che non avevo perso la fede.
Avevo semplicemente scoperto che la curiosità mi interessava molto di più.
La curiosità non promette certezze.
Promette domande migliori.
E questa, per una mente scientifica, è una promessa molto più affascinante.
Anni dopo sarebbero arrivati gli studi di astrofisica, la matematica, la filosofia della scienza, decine di anni di lavoro nell’informatica e nell’ingegneria del software.
Ma la direzione era già stata presa molto prima.
Quattro autori che raccontano la stessa storia
Mi sono divertito a immaginare come quattro autori molto diversi avrebbero raccontato quella stessa presa di coscienza.
Stefano Benni
Per Benni tutto sarebbe probabilmente iniziato durante una funzione religiosa, mentre una zia con un’acconciatura incompatibile con la termodinamica attraversava la navata e un parroco spiegava che l’universo era un perfetto orologio costruito da Dio.
Il ragazzino avrebbe guardato il suo Casio digitale, che perdeva tre minuti al giorno, e avrebbe pensato che forse il problema non era l’orologio.
Era l’orologiaio.
L’ateismo, in Benni, nasce quasi sempre da un cortocircuito poetico tra realtà e assurdo.

Douglas Adams
Per Adams, invece, la faccenda sarebbe stata puramente statistica.
In un universo con centinaia di miliardi di galassie, l’ipotesi che il Creatore dell’intero cosmo fosse contemporaneamente interessato ai compiti di geografia di un undicenne italiano apparirebbe come una delle meno plausibili disponibili.
Molto più urgente, semmai, capire dove finiscano sistematicamente i calzini spaiati.
Domanda alla quale, va detto, nessuna religione ha ancora fornito una risposta convincente.

Piergiorgio Odifreddi
Odifreddi avrebbe liquidato la questione con poche righe.
Basta prendere gli assiomi della teologia, confrontarli con quelli della matematica e verificare se il sistema rimane coerente.
Se non lo è, si cambia sistema.
Senza drammi.
Come si corregge un errore in una dimostrazione.

Richard Dawkins
Dawkins parlerebbe invece di evoluzione delle idee.
L’ipotesi di Dio non aggiunge potere esplicativo.
Lo sposta soltanto un gradino più in là.
Se tutto deve avere un progettista, chi ha progettato il progettista?
È una regressione infinita.
Molto più elegante è fermarsi dove si fermano le evidenze.

Non è una vittoria dell’ateismo
Col tempo ho capito che la questione non riguarda affatto l’ateismo.
Riguarda il metodo.
L’atteggiamento mentale.
La disponibilità a cambiare idea quando cambiano le prove.
Per questo, ancora oggi, evito perfino il verbo credere.
La formazione scientifica mi ha insegnato a preferire espressioni come ritengo, le evidenze suggeriscono, allo stato attuale delle conoscenze.
Non è un dettaglio linguistico.
È un diverso modo di abitare il dubbio.
Una morale senza soprannaturale
Essere atei non significa rinunciare all’etica.
Al contrario.
Significa assumersene tutta la responsabilità.
Non posso attribuire il bene a un comandamento divino né il male a un disegno imperscrutabile.
Se una persona soffre, la responsabilità è nostra.
Se una società è ingiusta, siamo noi a doverla cambiare.
Per questo mi riconosco profondamente in molti insegnamenti di figure come don Lorenzo Milani.
Non perché fossero cristiani.
Ma perché parlavano di scuola, giustizia sociale, responsabilità civile, lotta all’indifferenza.
Valori che non appartengono a una religione.
Appartengono all’umanità.
Ed è proprio qui che, forse, credenti e non credenti possono incontrarsi.
Non sulle risposte ultime.
Ma sulle domande giuste.
E sul modo in cui scegliamo di prenderci cura gli uni degli altri.
fA & aiNEXUS (c) 07.2026 per OpenLogos
📚 Riferimenti, ispirazioni e approfondimenti
Questo articolo intreccia esperienza personale, riflessione filosofica e alcuni esercizi di stile letterario. Le opere seguenti hanno influenzato, in modi diversi, il mio percorso di pensiero e la scrittura di questo testo.
Filosofia, ateismo e pensiero critico
- Bertrand Russell – Perché non sono cristiano
- Richard Dawkins – L’illusione di Dio
- Richard Dawkins – Il più grande spettacolo della Terra
- Daniel C. Dennett – Rompere l’incantesimo
- Carl Sagan – Il mondo infestato dai demoni
- Piergiorgio Odifreddi – Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)
- Piergiorgio Odifreddi – Il Vangelo secondo la Scienza
Letteratura e ironia
- Douglas Adams – Guida galattica per gli autostoppisti
- Stefano Benni – Baol e Terra!
Sul metodo scientifico
- Karl Popper – Logica della scoperta scientifica
- Richard Feynman – Il piacere di scoprire
Nota dell’autore
Le sezioni dedicate a Stefano Benni, Douglas Adams, Piergiorgio Odifreddi e Richard Dawkins sono esercizi di stile originali.
Non si tratta di citazioni né di testi autentici degli autori citati, ma di reinterpretazioni letterarie che cercano di evocare il loro modo di raccontare, argomentare o usare l’ironia. Eventuali semplificazioni o accentuazioni sono esclusivamente funzionali al racconto.