Finché vibra
Per pianoforte, polvere e acqua

Dedica
A Chiara,
che danza senza bisogno di vedersi.
Nella nota impermanente
C’è una cosa che non si vede
da fuori.
Ogni giorno mi siedo al pianoforte
e suono.
Sembra uguale a prima.
Non lo è.
Le dita fanno male.
Un dolore piccolo, quasi educato,
ma continuo.
E poi c’è quel tremore minimo,
chimico, controllato, necessario—
il prezzo silenzioso
di un equilibrio più grande.
Due dettagli, direbbe chi guarda.
Ma dentro quelle dita
ci sono sessant’anni di costruzione:
precisione, controllo, memoria del gesto.
E ora una parte enorme
— forse l’ottanta per cento, forse più —
non risponde più come prima.
Non è una crepa nel mondo.
È il modo in cui il mondo respira.
Rivedo i video.
Il quartetto.
Le mani che scorrono senza pensarci.
Quello ero io.
Quello sono ancora io—
in un altro tempo.
Ma sapere
di non poter più attraversare certi passaggi
lascia una ferita senza rumore.
Eppure
non lo considero un male.
Siamo fragili.
Impermanenti.
Siamo materia che passa,
forma che si trasforma,
memoria che si disperde
e continua altrove.
Di noi resteranno gli atomi—
indifferenti, precisi.
E resteranno i geni,
trasmessi senza sapere,
incarnati nei figli,
nei nipoti che porteranno avanti
qualcosa che non riconosceranno.
Una bambina danza
davanti a uno specchio.
Si guarda,
prova i gesti,
li rincorre.
Poi, all’improvviso,
si dimentica.
E continua—
più libera,
senza più bisogno
di vedersi.
E poi i gesti,
le parole,
le tracce lasciate negli altri.
Siamo un suono
che attraversa una stanza.
All’inizio è netto.
Poi rimbalza,
si piega negli angoli,
si perde nelle superfici.
Per un attimo
sembra riempire tutto.
Poi si spegne.
E la stanza
torna a non sapere
di averlo avuto.
Ti dirò una cosa
che non è triste.
Se finisse domani—
con discrezione,
senza troppo dolore—
penserei di essere stato fortunato.
Non per la perfezione.
Non esiste.
Ma per la somma imperfetta:
musica, errori, amore, tentativi,
giorni pieni e giorni sbagliati.
Per il semplice fatto
di esserci stato.
Di aver attraversato il tempo
lasciando qualche traccia,
anche minima.
Poi tutto si chiude.
Sul legno del pianoforte
resta una polvere sottile.
Una nota trattenuta
più del necessario,
finché non si capisce più
se esiste ancora
o se è solo memoria dell’aria.
Una goccia cade
sul legno.
Non si capisce da dove.
Resta lì,
immobile,
per un tempo che non serve a nulla.
Come quella stessa stanza
che per un attimo
ha trattenuto il suono—
e subito dopo
non sa più
di averlo avuto.
Eppure
proprio lì,
in quel trattenere breve,
qualcosa è stato intero.
Come una frase musicale
che esiste solo mentre viene suonata—
e nel suo svanire
non manca di nulla.

Nota editoriale
Questa poesia nasce da una esperienza concreta: il rapporto quotidiano con il corpo che cambia e con una tecnica musicale costruita in decenni che non risponde più come prima.
Da questo punto iniziale — fisico, quasi banale — il testo si apre progressivamente verso una riflessione più ampia sulla finitezza, sulla memoria e su ciò che resta.
Non in senso spirituale o metafisico, ma materiale: negli atomi, nei gesti, nei ricordi lasciati negli altri e nella continuità biologica.
L’immagine della bambina introduce un controcampo essenziale: la vita che continua senza bisogno di consapevolezza, senza riflesso, senza memoria di ciò che è stato.
In questo senso, la poesia non cerca consolazione.
Cerca piuttosto una forma di lucidità: accettare che il valore dell’esperienza risieda proprio nella sua natura finita, irripetibile e non recuperabile.
Come una frase musicale: completa nel momento stesso in cui esiste.
OpenLogos — Fabio Armani (c) 04.2026