
Eredità di Cenere e Vetro
Seduto nel buio, un luogo di riparo e finzione.
La Voce di Hind. Non un’opera, ma un referto, una prova acustica.
Un frammento di tempo reale, la disperazione
catturata prima del silenzio definitivo.
Ascolto la logica spezzarsi, la fisica del crollo
che annienta corpi e speranza. E il mio essere
di astrofisico, abituato a immense distanze e freddi calcoli,
si ritrova muto davanti a questa atroce, incomprensibile prossimità.
Il cinema non mi offre catarsi. Offre solo rammarico.
Il lusso amaro di potersene andare alla fine dei titoli di coda.
Mi muovo tra le file, portando con me il peso specifico
di una responsabilità non agita, solo percepita.
La Patologia del Potere e l’Inganno
Qui, il nucleo nero del mio stupore.
Osservare il popolo che ha conosciuto il massimo dell’orrore storico
sostenere l’architettura di un potere che non esito a definire neo-nazista.
Non una metafora, ma un’analisi laica del sistema:
la spietatezza dello sterminio, la dottrina dell’annientamento,
il disprezzo assoluto per la vita non-allineata.
L’Olocausto ridotto a scudo retorico, a merce di scambio
per coprire un’altra carneficina, una nuova, metodica, pulizia.
È la legge perversa del capitale che divora anche il ricordo,
che trasforma il trauma in strumento di oppressione sistematica.
È il fallimento della ragione storica, il buco nero in cui collassa
ogni utopia di uguaglianza e di giustizia.
Impotenza e L’Ultimo Gesto Inutile
E lì, in quella poltrona, la mia impotenza si fa fisica, un nodo.
Sono un coach, un compositore, un costruttore di sistemi complessi.
Ma il sistema che distrugge non è negoziabile, non è agile.
Non c’è Lean Transition che possa salvare Hind.
Non posso riprogrammare l’etica di chi bombarda.
So che alzarmi e marciare, unirmi al coro
dei pacifisti e degli ecologisti, sventolando il segno
contro il genocidio e l’imperialismo – non è abbastanza.
È un rituale necessario, l’ultimo gesto di dignità intellettuale,
il minimo sindacale dell’essere umano.
Ma la mia rabbia rimane intrappolata qui, nel perimetro
del mio corpo borghese, al sicuro. Non è proiettile, non è soccorso.
È solo la coscienza, cupa e non rassegnata,
di aver assistito all’ennesima replica della storia
e di poter offrire, da questa parte del vetro,
solo parole e rammarico.

Nota d’Autore
Questa poesia e il saggio che la integra non sono il frutto di una fredda analisi differita, ma la risposta d’impulso e la reazione logica al trauma emotivo e intellettuale generato dalla visione del film La voce di Hind Rajab.
Di fronte all’evidenza di un genocidio in atto – un dato di fatto analizzato con rigore scientifico e laico – e all’atroce apatia delle governance internazionali, la necessità di scrivere è stata immediata.
Il saggio, oltre a rappresentare la mia denuncia socio-politica in linea con i principi di pacifismo e anti-capitalismo, è arricchito da ulteriori note di approfondimento critico.
Entrambi i testi costituiscono un frammento di un più vasto progetto: un Paper Cluster in corso d’opera, dedicato all’analisi delle patologie sistemiche e delle dinamiche di potere che alimentano i conflitti contemporanei.
Puoi consultare la poesia e il saggio completo, corredato dalle note aggiuntive, al seguente link: Gaza un genocidio sotto gli occhi di tutti .
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