
Serie I – Episodio 1
In questa prima serie racconto gli strumenti musicali che ho suonato nel tempo e il modo in cui, uno dopo l’altro, hanno costruito il mio mondo sonoro.
Il primo strumento non si sceglie: ti sceglie lui
Il primo pianoforte non l’ho scelto io.
Arrivò in casa perché i miei lo avevano preso a rate, da Alfonsi, a Roma.
Era un pianoforte verticale, in un bel legno color mogano, e stava nella mia stanza. Sembrava appartenere da sempre a quell’ambiente, accordandosi perfettamente con i mobili. Non era un oggetto “importante” messo lì per rappresentare qualcosa. Era una presenza concreta, domestica, inevitabile. Occupava spazio nella stanza dove vivevo, studiavo, giocavo. Non era separato dalla mia vita: ci stava dentro.
Non ricordo l’entusiasmo.
Ricordo la presenza.
Avevo otto anni, e per me quel pianoforte non era ancora “la musica”. Era soprattutto una cosa seria. Chiedeva tempo, ripetizione, esercizi, disciplina. Gli studi di pianoforte classico cominciarono così: scale, mani separate, errori da correggere, ancora scale. Non posso dire che Hanon mi entusiasmasse, anzi. Però ero bravo, e questo rendeva tutto più sopportabile. Quando una cosa ti riesce, fai meno resistenza anche alla sua parte più noiosa.
La cosa importante, però, è che quasi subito iniziai a deviare. Non era jazz, naturalmente, e nemmeno improvvisazione nel senso vero del termine. Erano piccole rielaborazioni di brani classici, o tentativi ingenui di proseguire a modo mio qualcosa che avevo ascoltato. Piccoli scarti. Piccoli tradimenti. Ancora dentro la regola, ma già non del tutto obbedienti.
Non aiutava il fatto che mio padre non costruisse semplici giocattoli. Costruiva mondi. C’era un forte dei cowboy in scala, enorme, largo più di un metro e mezzo, con i pupazzetti, i recinti, i dettagli, e accanto una serie di tepee dei nativi. Anche se il forte era magnifico, io stavo sempre dalla parte “sbagliata”: contro gli yankee. Ma il capolavoro era il castello. Imponente, riprodotto con una precisione quasi ossessiva, composto da più pezzi assemblabili, con i fianchi in legno che si aprivano e rivelavano camere, sale del trono, prigioni, cantine. La torre principale, alta un metro, ospitava la stanza del mago, arredata come le altre, con oggetti minuscoli e perfetti. Dentro una libreria, nascosto da un passaggio segreto, c’era persino un libro lungo meno di un centimetro, con otto pagine davvero scritte in miniatura.
No, non erano giocattoli.
Erano mondi.
E quando nella stanza entrava la musica classica, quei mondi si accendevano e diventavano film nella mia testa.
Forse è anche per questo che, fin dall’inizio, la musica per me non è stata solo suono. È stata ambiente, racconto, architettura mentale.
I primi anni, in fondo, non erano ancora musica.
Erano gesto.
Dita rigide, esercizi ripetuti, errori corretti, tempo scandito. Il pianoforte non perdona: ogni nota è esposta, ogni imprecisione evidente, ogni esitazione reale. Non puoi nasconderti dietro il suono. E lì succede qualcosa che allora non sapevo nominare: non impari solo a suonare, impari a stare dentro un gesto nel tempo.
Dentro quella disciplina si è formata una relazione più profonda. Il pianoforte è diventato molto presto più di uno strumento: un riferimento armonico, uno spazio mentale, una struttura. Qualcosa a cui tornare, anche senza suonare.
Molti immaginano che la musica cominci quando uno inizia a esprimersi. Per me è andata quasi al contrario. È cominciata quando non potevo ancora esprimere nulla, quando dovevo stare dentro una forma già data e imparare a non romperla.
Solo dopo sarebbero arrivati gli strappi, il rock, il prog, gli organi, i synth, le band e il caos.
Ma all’inizio c’era questo:
un pianoforte verticale in mogano, affittato da Alfonsi, nella mia stanza, e un bambino che cominciava a capire che la musica, prima di essere libertà, è una forma concreta del tempo.

Un pianoforte in mogano, una stanza, mondi costruiti a mano e Bach in sottofondo: la musica, prima ancora di essere linguaggio, era già ambiente.
Nota editoriale
Questo è il primo episodio di “Direttiva Primaria — Stanze, strumenti e compagni di esplorazione“.