S01E02 — Il mutante

🎹⚡ Origini di un musicista tra disciplina, cassette e un organo arancione

Serie I – Episodio 2

In questa prima serie racconto gli strumenti musicali che ho suonato nel tempo e il modo in cui, uno dopo l’altro, hanno costruito il mio mondo sonoro.

In questo episodio entra in scena il primo vero mutante: l’organo Vox Super Continental, uno strumento alieno, elettrico e visionario, che mi ha aperto nuovi territori sonori e un modo completamente diverso di pensare e fare musica.


1. Il pianoforte (la presenza)

Non ho scelto il pianoforte.

È entrato in casa.
Un verticale, preso a rate dai miei da Alfonsi, a Roma.

Avevo otto anni.

Non entusiasmo.
Presenza.

Un oggetto grande, serio, inevitabile.

Il pianoforte stava lì come certe cose dell’infanzia che non chiedono il permesso. Entrano nella tua vita e lentamente ne modificano la geometria.


Box Ada – Prima distinzione importante

Il pianoforte insegna una cosa fondamentale:

il suono nasce dalla disciplina del gesto.

Più tardi arriveranno strumenti che metteranno questa idea seriamente in discussione.


2. La disciplina (senza romanticismi)

Ho studiato pianoforte classico dagli 8 ai 17 anni.
Diploma di V anno, da privatista.

Amavo la musica classica.
Non amavo gli esercizi.

Hanon, studi, ripetizione.

Però ero bravo.
E quando una cosa ti riesce, non la rifiuti. La attraversi.

Col tempo capii che la tecnica non era libertà. Era infrastruttura.

Non la destinazione.
La strada.


3. La deviazione (improvvisare prima di sapere)

Molto presto iniziai a fare qualcosa che non era previsto.

Improvvisare.

Non jazz.
Non teoria.

Semplicemente:

  • prendevo un tema
  • lo trasformavo
  • lo portavo altrove

Oppure ricostruivo a orecchio ciò che ascoltavo.

Era già composizione.
Ma non lo sapevo.


4. Le cassette (il vero conservatorio)

La vera formazione non avvenne sul pianoforte.

Avvenne lì.

Un amico di mio padre.
Enzo.
Grafico. Maniacale.

Registrava i vinili su un Revox e da lì preparava cassette per me.

Ogni settimana.

Le cassette erano:

  • scritte a mano
  • con calligrafia perfetta
  • numerate per genere

Classica.
Rock.
Colonne sonore.
Altro.

Non era consumo.
Era cura.


Box Hypathia – Archeologia dell’ascolto

Prima dello streaming, ascoltare musica richiedeva spesso mediazione umana: qualcuno sceglieva, registrava, ordinava, duplicava. La formazione musicale passava anche attraverso rituali materiali.


5. Una dieta musicale impossibile

Dentro quelle cassette c’era tutto.

Classica (50%)

Da Johann Sebastian Bach a Igor Stravinsky, passando per:

  • György Ligeti
  • Krzysztof Penderecki
  • Pyotr Ilyich Tchaikovsky
  • Sergei Rachmaninoff
  • Claude Debussy
  • Maurice Ravel

Pop / Rock (30%)

  • Pink Floyd
  • Cat Stevens
  • Bob Dylan
  • Joan Baez

Colonne sonore e jazz (20%)

Spazio.
Atmosfera.
Musica per immagini.

A 10–12 anni ascoltavo tutto questo insieme.

Non era normale.

Era perfetto.


6. La frattura (11 anni)

Poi arrivano tre dischi.

  • In the Court of the Crimson King
  • Octopus
  • Close to the Edge

Non è un’evoluzione.

È una rottura.

La classica si espande.
Il rock si complica.
Tutto si mescola.

Capisco una cosa semplice:

si può fare qualsiasi cosa.


Box Red Nomad – Primo errore storico

Molti pensano che il prog abbia insegnato ai musicisti a complicarsi la vita.

In realtà, per alcuni, insegnò soprattutto che non esistevano più confini obbligatori.


7. Il mutante

Poco prima della fine della terza media entra in camera un altro oggetto.

Arancione.

Con gambe cromate sottili che sembravano uscite direttamente dalla plancia dell’Enterprise di Star Trek.

Con pedaliera.
Con amplificatore da 120 watt.

Un Vox Super Continental.

Tasti invertiti:

  • naturali neri
  • diesis bianchi

Due manuali.

Un alieno.

Per un ragazzo cresciuto tra fantascienza, elettronica e immaginazione cosmica, quel Vox non sembrava soltanto un organo.

Sembrava tecnologia arrivata da un piccolo futuro portatile.


Box tecnico — Vox Super Continental

Il Vox Super Continental era un organo combo a transistor, molto diverso sia dagli Hammond sia dai Farfisa.

  • rispetto all’Hammond era più leggero, brillante, aggressivo, meno “liturgico”
  • rispetto al Farfisa era più elegante, meno acido, più adatto a stratificazioni psichedeliche e progressive
  • rispetto al Continental semplice, il Super offriva più possibilità timbriche e una gestione più articolata dei due manuali

Il mio modello aveva:

  • tremolo
  • percussioni regolabili
  • controllo di volume e timbro della percussione
  • drawbar utilizzabili in modo sorprendentemente creativo

E poi c’erano quei tasti invertiti.

Marketing? Anche.

Ma producevano soprattutto una sensazione psicologica precisa:

eri uscito dal territorio disciplinato del pianoforte ed entrato in qualcosa di più elettrico, instabile e moderno.


8. La modifica

Naturalmente non rimase standard a lungo.

Il mobile originale era grigio, con la parte superiore di un rosso vivo quasi aggressivo.

Molto anni Sessanta.
Molto “strumento elettrico britannico”.

Ma presto chiesi a mio padre di aiutarmi a trasformarlo.

Invece del top fisso originale, ne realizzammo uno nuovo in mogano.

E improvvisamente il Vox smise di essere un oggetto industriale identico agli altri.

Diventò:

  • il mio Vox
  • modificato
  • alterato
  • ricostruito

Non soltanto acquistato.

Trasformato.


Box Hypathia – Tecnologia domestica

Negli anni Settanta molta sperimentazione musicale nasceva anche da una cultura materiale oggi quasi scomparsa:

modificare, adattare, costruire, saldare, reinventare gli strumenti dentro casa.


9. Il primo sistema

Dopo poco tempo feci un’altra modifica.

Separai le uscite dei due manuali.

E successe questo:

  • manuale inferiore → chorus quasi-Leslie
  • manuale superiore → wah wah, echo, leggera distorsione

Due strumenti dentro uno.

Due identità.

Il pianoforte restava a sinistra.
L’organo davanti a me.

Disposti a L.

Una piccola cabina di comando.


10. La scoperta della trasformazione

Senza conoscere minimamente, all’epoca, musicisti come Steve Reich o Terry Riley, passavo ore a suonare piccole frasi ripetitive sfruttando l’echo e le manipolazioni timbriche del wah wah.

Con pochissima distorsione.

Non cercavo aggressività.

Cercavo trasformazione lenta.

La mano sinistra spesso lavorava sui drawbar del Vox:

  • piccole variazioni
  • mutazioni quasi impercettibili
  • spostamenti minimi del timbro

A volte suonavo accordi con entrambe le mani usando due suoni diversi.

Il pedale del volume diventava una specie di respiro artificiale: apriva e chiudeva il suono, faceva emergere un manuale sull’altro, trasformava accordi statici in onde lente.

Naturalmente non avrei saputo chiamarlo minimalismo, process music o trance ipnotica.

Per me era semplicemente una scoperta:

il suono poteva cambiare anche restando quasi fermo.


Box Ada – Mutazione cognitiva

Il momento decisivo non è quando impari a usare un effetto.

È quando inizi a pensare la musica come trasformazione del suono, non solo successione di note.


11. La camera come laboratorio

A posteriori, credo che la cosa più importante non fosse nemmeno il Vox.

Era la stanza.

La camera smise lentamente di essere soltanto una camera.

Diventò:

  • laboratorio
  • sala prove
  • rifugio
  • spazio mentale
  • centro di sperimentazione sonora

Cavi sul pavimento.
Pedali.
Ronzii.
Tentativi.
Errori.

Molti errori.

Meno male.

Perché spesso la creatività musicale non nasce dalla pulizia.

Nasce dalla deviazione.


Box Milan Radev – Appunto da sala prove

Ogni musicista ricorda il primo effetto davvero importante. Non necessariamente il migliore. Quello che gli fece capire che il suono poteva piegarsi.


12. Il limite vero

Mi divertivo.

Molto.

Ma a un certo punto lo capisci.

Non manca nulla… eppure manca qualcosa.

👉 gli altri.


13. La soglia

Primo liceo.

Prima band.

Direttiva Primaria.

Nome preso da un Urania.

Fantascienza, ovviamente.


14. Chiusura

Il pianoforte mi ha insegnato il rigore.

Le cassette mi hanno insegnato il sistema.

Il Vox mi ha insegnato la trasformazione.

Ma è solo quando entrano gli altri che la musica smette di essere soltanto tua e diventa reale.


🧭 Nota finale

Questa non è una storia di strumenti.

È l’origine di un metodo.


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