Fabio Armani & Ada (c) 12.2025

SEQUENZA.1
La stanza non è piccola.
È esatta.
Questo è il problema.
Quattro pareti alla distanza giusta perché il corpo non urti, ma nemmeno respiri davvero. Il soffitto è più basso di quanto ricordassi, o forse sono io che mi sono alzato dentro. La finestra non si apre: non perché sia bloccata, ma perché non prevede l’apertura. È una finestra dichiarativa. Dice che fuori esiste qualcosa, ma non intende dimostrarlo.
Il rumore arriva prima dei pensieri.
Non è un suono, è una pressione. Continua, uniforme, senza origine riconoscibile. Come se la stanza fosse collegata a una macchina più grande che non mi riguarda. O che mi riguarda troppo. Lo seguo con attenzione: non varia, non tradisce emozioni. Questo mi calma. Gli esseri umani invece sì. Variazioni inutili. Oscillazioni. Falsi segnali.
Sono seduto sul pavimento.
La sedia è lì, ma la sedia pretende una postura. Il pavimento no. Il pavimento accetta.
Conto le crepe. Non per ossessione: per orientamento. Ogni crepa è una coordinata. La più lunga va da nord-ovest a sud-est. Le altre la rispettano. È un buon sistema. Le stanze che funzionano hanno sempre una gerarchia.
Il tempo entra male qui dentro.
Non scorre: rimbalza.

Ogni tanto sento un passo nel corridoio. Non mi alzo. Se mi cercassero davvero, entrerebbero. I passi sono una forma di test.
Sono ancora qui.
Penso poco alle parole. Le parole fanno rumore. Preferisco le immagini ripetute: la luce artificiale che non cambia intensità, il bordo della finestra, l’ombra che non muta forma. Le ripetizioni sono affidabili. L’imprevisto è una violenza non dichiarata.
Ho provato a uscire una volta.
Il corridoio era più largo di quanto fosse necessario. Troppo spazio. Troppe possibilità. Le porte si assomigliavano ma non abbastanza. Ogni scelta richiedeva una motivazione. Sono rientrato subito. Qui dentro non devo spiegare nulla.
Il mio nome non serve.
La stanza sa chi sono.
Mi misura.
Mi contiene.
Quando chiudo gli occhi, il mondo si apre.
Non accade subito. All’inizio c’è solo luce. Non viene dall’alto, non viene dal basso. È ovunque, senza sorgente. Poi il freddo. Non il freddo dell’aria, ma quello delle superfici: un freddo che esiste solo quando lo guardi.
È un deserto di cobalto.
Un oceano congelato nel momento esatto della fine. Onde immobili, cristallizzate in creste affilate, traslucide. Alcune riflettono il cielo, altre lo assorbono. Il cielo è chiaro, senza sole. Non cambia mai.

Nel deserto sorgono città. O templi.
La distinzione non ha importanza, perché nessuno li abita.
Sono strutture immense, costruite con materiali che non riconosco: pietra liscia come vetro, superfici incise da segni consumati, scale che non portano da nessuna parte. Non c’è traccia di rovina, di guerra, di distruzione. Solo abbandono. Un abbandono antico, definitivo. Come se chi li ha costruiti avesse semplicemente smesso di aver bisogno di restare fermo.
I nomadi non entrano mai.
Li vedo muoversi lentamente sul ghiaccio, avvolti in strati di tessuto scuro, consumato. Camminano da soli o in piccoli gruppi che si formano e si dissolvono senza cerimonie. Quando si incontrano, parlano poco. A volte non parlano affatto.
Condividono acqua.
Cibo essenziale.
Il calore dei corpi.
Il sesso non è un rito, né un legame, né una promessa. È una funzione semplice, un modo per non diventare completamente separati. Poi si dividono di nuovo. Senza rancore. Senza nostalgia.
Sono solitari.
Ma non come me.

Io li osservo da lontano. Sempre.
Non lascio impronte sul ghiaccio. Non ho peso. Non ho voce.
C’è una donna.
Non appare come un volto, all’inizio. È una differenza nel movimento. Una pausa che non è stanchezza. Sta ferma davanti a una delle città, molto lontana. Non entra. Nessuno entra mai. Ma lei si avvicina più degli altri, fino a sfiorare la soglia di un portale spezzato.
Ha i capelli scuri, raccolti senza ordine. Il vento li muove appena. I suoi gesti sono precisi, economici, come se avesse imparato a non sprecare energia nemmeno nei pensieri. Quando si volta, il suo sguardo non cerca nessuno. Non attende.
Non è la bellezza che mi colpisce.
È la sua autosufficienza silenziosa.
La vedo più volte. Sempre a distanza. A volte con altri nomadi, a volte sola. Non so se mi riconoscerebbe, se potesse vedermi. Non so nemmeno se esisto davvero in quel mondo o se sono solo una sovrapposizione imperfetta.
Provo a parlare.
Le parole si formano, ma non attraversano il ghiaccio. È come urlare sott’acqua. Lei continua a camminare. Le impronte che lascia si richiudono lentamente.
Capisco che qui il contatto non è previsto.
Non è negato.
È semplicemente fuori sistema.

Fuori dalla stanza, qualcosa insiste.
Non lo vedo. Non lo nomino.
È una presenza immensa, uniforme, alienante. Non entra: attraversa. Non chiede: impone. Non parla: satura.
È un muro.
Non di materia.
Di richieste. Di segnali. Di urgenze senza volto.
La stanza resiste.
Il deserto assorbe.
Quando apro gli occhi, la luce artificiale è identica a prima. Nessuna ombra. Nessuna variazione. È rassicurante. Qui il mondo non pretende.
Chiudo di nuovo gli occhi.
Il ghiaccio non riflette me.
E in questa assenza di riflesso
posso restare.
SEQUENZA.2 – Il tentativo
Non accade subito.
Nel deserto le cose non accadono subito.
All’inizio continuo a osservare. Come sempre. Da lontano. Senza peso. Senza voce. I nomadi avanzano sul ghiaccio con la stessa lentezza regolare. Le città restano immobili. Antiche. Chiuse. Non chiedono nulla.
Lei compare come prima.
Una differenza minima nel movimento. Una pausa che non è stanchezza. Sta davanti a una delle città, più vicina degli altri. Non entra. Nessuno entra mai.
Decido di avvicinarmi.
Non è una decisione emotiva. È un’ipotesi operativa.
Faccio un passo.
Il ghiaccio sotto di me non reagisce. Nessun rumore. Nessuna impronta. Non oppone resistenza, ma non mi riconosce. È come camminare su un’immagine.
Provo a sincronizzare il passo con il suo.
Rallento. Accelero. Mi fermo quando si ferma. Riprendo quando riprende. Per alcuni istanti ho l’impressione che funzioni. Che le distanze si riducano.
Poi capisco che è solo un effetto prospettico.
Lei continua. Io no.
Provo con la voce.
Non parole complesse.
Suoni brevi. Essenziali. Come fanno i nomadi quando devono indicare qualcosa di urgente. Il suono si forma, ma non attraversa l’aria. Cade. Si spegne prima di arrivare a lei.
Il deserto non lo trasporta.
Non lo rifiuta.
Lo ignora.
Cambio strategia.
Mi avvicino alla città.
Non per entrarci. Per toccarla. Avvicinarmi a ciò che lei sfiora senza oltrepassare. Le superfici sono lisce, fredde, opache. Non riflettono. Non rispondono. I segni incisi non si lasciano leggere. Non perché siano cancellati, ma perché non prevedono lettura.
Lei non si volta.
Mi fermo. Attendo.

Nel deserto l’attesa non ha peso. Non produce tensione. I nomadi continuano a camminare. Le città restano ferme. Il cielo non cambia. Tutto è coerente.
Capisco allora che il contatto non è proibito.
Non è nemmeno impossibile.
È fuori protocollo.
Non esiste una funzione che lo preveda.
Lei riprende a camminare.
Le impronte che lascia si richiudono lentamente, come se il ghiaccio stesse correggendo una deviazione temporanea. Io resto fermo. Non per scelta. Per incompatibilità.
Riapro gli occhi.
La stanza è identica.
Le pareti lisce.
Le crepe al loro posto.
Il rumore uniforme.
Nessuna conseguenza.
Nessuna traccia.
Il fallimento è completo.
E proprio per questo, stabile.

SEQUENZA.3 – Scarti
All’inizio non ci faccio caso.
Nel deserto le differenze sono minime. La luce non varia, il cielo non cambia, il ghiaccio resta immobile. È facile convincersi che ciò che vedo oggi sia identico a ciò che ho visto prima. Anche perché qui prima e dopo non sono categorie affidabili.
Le città tempio non hanno una materia unica.
A volte appaiono come pietra: masse stratificate, compatte, incise da migliaia di segni. La superficie è opaca, consumata non dall’erosione ma dalla ripetizione. Rampe, terrazze, gradinate si rincorrono in un ordine che non è mai del tutto leggibile, ma sempre autosufficiente. La pietra non racconta. Registra.
Altre volte, osservandole da una distanza minima diversa, le stesse strutture sembrano metallo.
Non lucido. Non riflettente. Un materiale scuro, denso, che assorbe la luce invece di respingerla. Non emette bagliori: genera una luminescenza negativa, come se la luce intorno fosse meno intensa. In queste fasi le città sembrano più compatte, più chiuse, quasi ostili. Non nel senso umano del termine. Ostili come lo è una profondità che non ammette immersione.
E poi, senza che io riesca a stabilire quando avvenga il passaggio, le città appaiono come ghiacciai deformati. Non lisci, non puri. Ghiaccio sporco, stratificato, attraversato da vene scure. Le rampe diventano creste, le terrazze si trasformano in fratture. Le scale non salgono né scendono: scivolano.
Non posso dire quale forma sia quella vera.
Non posso dire se cambino davvero.
Potrebbe essere il mio sguardo a non essere sincronizzato.
Potrebbe essere la città a non avere una sola età, una sola materia, un solo stato.
I nomadi non sembrano accorgersene. Camminano accanto alle strutture come se fossero sempre le stesse. Per loro la città non è pietra, metallo o ghiaccio. È una presenza fissa, come una corrente marina o una catena montuosa.
Io, invece, noto le discrepanze.
Una terrazza che ieri sembrava ghiaccio oggi ha la grana della pietra.
Un bordo che ricordavo opaco ora assorbe la luce come metallo scuro.
Non è un cambiamento netto. È uno scarto minimo, sufficiente però a insinuare il dubbio.
Le città non diventano più giovani.
Diventano meno lontane.
E la loro materia sembra adeguarsi a questa distanza che si accorcia.
Guardo una delle città più a lungo del solito.
Non cambia.
Eppure qualcosa scivola.
Una terrazza che ricordavo spezzata ora appare più integra. Non nuova. Non restaurata. Meno distante. Come se la sua erosione fosse arretrata di poco. Non saprei dire quanto. Un dettaglio minimo. Una soglia più netta. Un rilievo meno smussato.
Potrebbe essere un errore di memoria.
Qui la memoria è una superficie instabile.
I nomadi attraversano il deserto di cobalto senza rallentare. Il loro passo è costante. Lineare. Non salgono mai sulle strutture. Non le evitano. Le costeggiano come si costeggia una montagna o una corrente marina. Per loro le città non sono un luogo: sono una condizione.
Ecco, vedo la donna fermarsi davanti a una rampa.
La rampa sale, poi piega su sé stessa, poi scompare dietro una piattaforma superiore che sembra sostenersi da sola. Lei non entra. Nessuno entra mai. Ma la distanza tra il suo corpo e la prima soglia mi sembra diversa da altre volte. Più breve. O forse sono io che sto osservando da una posizione che non avevo mai usato.
Non mi avvicino.
Resto dove sono.
Confronto ciò che vedo con ciò che ricordo di aver visto.
Non posso dimostrare nulla.
Non posso negare nulla.
La città non diventa più giovane.
Diventa meno antica.
È una differenza sottile, ma sufficiente a disturbare l’equilibrio. Come se il tempo, lì, non stesse andando all’indietro, ma riducendo la distanza tra ora e allora.
Riapro gli occhi.
La stanza è identica. Le crepe sono al loro posto. Il rumore è uniforme. Nessuna vibrazione. Nessuna variazione. Se qualcosa fosse cambiato davvero, qui me ne accorgerei.
Eppure, seduto sul pavimento, ho la sensazione che il tempo non stia facendo la stessa cosa ovunque.
Nel deserto forse non scorre.
Forse si ripiega.
Non lo so.
Chiudo gli occhi di nuovo.
Non per cercare conferme.
Per non dover decidere.
SEQUENZA.4
All’inizio sono le ombre.
Non appaiono sulla superficie del ghiaccio, ma nel cielo.
Questo è ciò che le rende sbagliate.
Il cielo del deserto è sempre stato chiaro, uniforme, senza sorgente. Non proietta ombre perché non ha direzione. Ora invece, a tratti, una zona si oscura. Non come una nube. Non come un’ombra proiettata. È una sottrazione di luce, localizzata, temporanea.
Compare.
Resta.
Scompare.
Non lascia traccia.
Le prime volte penso a un errore di messa a fuoco. A una stanchezza dello sguardo. Qui la stanchezza è sempre una spiegazione disponibile. Ma le ombre ritornano. Non seguono un ritmo. Non occupano sempre la stessa porzione di cielo.
I nomadi non si fermano.
Continuano a camminare come prima. Non alzano lo sguardo. Non accelerano. Non rallentano. Se vedono qualcosa, non lo segnalano.
Le città restano immobili.
Eppure, quando l’ombra attraversa una delle strutture, la sua materia sembra indecisa. Per un istante appare più densa, più scura, quasi metallica. Poi torna pietra. Poi ghiaccio. Non posso stabilire se l’ombra modifichi la città o se renda visibile ciò che era già lì.
Non intervengo. Osservo.
Dopo le ombre arrivano gli squarci.
Non sono fenditure. Non si aprono come ferite. Non hanno bordi netti. Sono discontinuità: zone del cielo in cui ciò che dovrebbe essere continuo non lo è più. La luce non si interrompe; slitta. Come se due cieli leggermente fuori fase si sovrapponessero per un istante.
Lo squarcio non mostra altro.
Non rivela un “altrove”.
Mostra una variazione di densità.
Quando compare il primo, dura meno di un respiro. Poi nulla. Il cielo torna uniforme. Il ghiaccio resta immobile. I nomadi avanzano.
Solo io lo registro.
Lei è lì.
Cammina come sempre, ma quando uno squarcio attraversa il cielo sopra di lei, la sua ombra — che non dovrebbe esistere — compare per un istante sul ghiaccio. Non è nitida. Non è stabile. È appena accennata. Ma c’è.
Per un istante ho la sensazione che non sto osservando il deserto,
ma qualcosa che mi precede e mi aspetta.
Dentro di me le do un nome che non pronuncio: la donna del sogno.
Non la seguo.
Non mi avvicino.
Capisco allora che se mai dovessi incontrarla davvero,
non dovrei voltarmi,
non dovrei chiamarla,
non dovrei sapere se è reale.
Resto dove sono e osservo il cielo.
Gli squarci non aumentano di numero.
Non diventano più grandi.
Non diventano più frequenti.
Questo li rende più inquietanti.
Riapro gli occhi.
La stanza è quasi identica.
Dico quasi perché una delle crepe, quella che va da nord-ovest a sud-est, non coincide perfettamente con il ricordo che ne ho. È un disallineamento minimo. Un grado. Forse meno.
Potrei essermi sbagliato.
Il rumore è ancora uniforme.
La luce artificiale è stabile.
Eppure, per un istante, ho la sensazione che la stanza non sia più del tutto isolata dal cielo che ho visto. Non che comunichi. Non che si apra. Solo che non sia più impermeabile.
Chiudo gli occhi.
Nel deserto il cielo torna chiaro.
Ma ora so che può non esserlo.
E questo è sufficiente.
SEQUENZA.5 – Sovrapposizione
Non accade in un punto preciso.
Accade per intersezione.
Nella stanza il freddo cambia natura. Non è più quello uniforme, astratto, delle superfici inerti. È un freddo stratificato, come se l’aria contenesse spessori diversi. Sul pavimento, vicino alla parete nord, compare una zona più scura. Non è umidità. Non è ombra. È ghiaccio opaco, venato di cobalto, che non riflette la luce artificiale.
Non si espande.
Non avanza.
È lì come se ci fosse sempre stato.
Sulla parete opposta, la finestra — che non prevede apertura — mostra qualcosa che non è esterno. Non un paesaggio. Una profondità. La luce che entra non ha direzione. È la stessa del deserto.
Chiudo gli occhi.
Nel deserto il ghiaccio non è più rigido. Le onde congelate hanno perso tensione. Non si sciolgono: cedono. Tra una cresta e l’altra compaiono superfici percorribili, strade naturali, passaggi che prima non esistevano.
La città davanti a me non è più ghiacciata.
La sua materia è mutata. Pietra giovane. Metallo scuro che non assorbe più completamente la luce. Superfici che non respingono il passo. Le rampe sono praticabili. Le terrazze collegate da scale che non obbediscono a una verticalità unica. Salgo e scendo senza poter dire in quale direzione sto andando.
Non provo paura.
È come se la paura fosse rimasta fuori fase.
Entro nella parte bassa della città.
Lì l’architettura si fa più densa. I percorsi si intrecciano. Cunicolu bassi conducono a camere sovrapposte, poi di nuovo a spazi aperti che sembrano trovarsi più in alto pur essendo più profondi. Le geometrie non si contraddicono: coabitano. Capisco che non devo orientarmi, ma lasciarmi portare.
In una delle camere vedo una stanza.
È identica alla mia.
Stessa distanza delle pareti.
Stesso soffitto basso.
Stessa finestra che non si apre perché non è prevista.
Ma non è nello stesso stato.
Qui la luce è più debole. La crepa principale non è ancora completa. Il pavimento è intatto. Capisco che questa stanza non è un duplicato, ma una variazione temporale.
Continuo.
Un’altra stanza.
Poi un’altra ancora.
Alcune sono rovinate. Altre sembrano appena costruite. In una il pavimento è coperto di segni bianchi, come se qualcuno avesse scritto e cancellato per anni. In un’altra la finestra è completamente opaca. In un’altra ancora manca la sedia.
Sono tutte mie.
E nessuna lo è del tutto.
In una delle stanze vedo qualcuno.
Non è esattamente me.
È una figura incompleta, come se fosse stata costruita con una materia sbagliata. I contorni non tengono. Il volto non si stabilizza. Ha la mia postura, ma non la mia consistenza. Sembra fatto di una sostanza simile alla cera, ma più instabile, come se stesse lentamente perdendo forma.
Mi guarda.
O forse è solo orientato nella mia direzione.
Non provo riconoscimento.
Provo responsabilità.
Capisco che se restassi a lungo a osservarlo, si dissolverebbe. O forse mi sostituirebbe. Non posso stabilire quale delle due cose sia peggiore.
Mi allontano.
Nel momento in cui esco dalla camera, nella stanza reale qualcosa accade. Non lo vedo, ma lo sento. Il rumore perde continuità. Diventa segmentato. Come se qualcuno stesse tentando di parlare senza avere ancora le parole.
Sulle pareti non compaiono frasi.
Compaiono tracce di lettere, incomplete, sovrapposte, come resti di un linguaggio che non ha trovato superficie.
Nel deserto, più in alto, intravedo la donna del sogno.
Non è dentro la città.
Non è fuori.
È ferma su una terrazza che non ricordo di aver visto prima. La luce intorno a lei è più chiara. Per la prima volta ho l’impressione che il deserto la protegga, invece di attraversarla.
Non mi chiama.
Non mi aspetta.
Ma ora so che se continuassi a scendere, se entrassi nelle parti più profonde della città, non potrei più tornare indietro nello stesso modo.
Nella stanza il ghiaccio di cobalto non è più confinato a un angolo. Una sottile venatura attraversa il pavimento, seguendo esattamente la crepa principale. Nord-ovest / sud-est. Come se le due geometrie si fossero riconosciute.
Resto fermo.
Non per paura.
Per l’ultima forma di coerenza che mi resta.
SEQUENZA.6 – Sovrapposizioni finali
(ciò che resta, in più stati)
La stanza è silenziosa.
Il rumore uniforme si è ritirato in una soglia appena percettibile. Non è cessato: è stato ridotto. Come se qualcuno avesse abbassato un sistema di mantenimento non più necessario.
Nel deserto il ghiaccio cede.
Non si scioglie. Si apre. Le onde congelate diventano superfici continue. Il cobalto perde rigidità. Il mondo torna percorribile.
La porta si apre.
Non con un gesto. Non per decisione.
Si apre perché non serve più tenerla chiusa.
Due figure entrano. Non indossano uniformi. Non parlano subito. Uno di loro guarda le pareti come si guarda un ambiente noto, ma non più abitato.
I nomadi si fermano.
Non tutti. Solo alcuni.
Il movimento rallenta. Non è un arresto. È una variazione di sintassi.
Mi dicono che sono stato qui a lungo.
Usano parole semplici. Diagnostiche.
Parlano di isolamento, di costruzioni persistenti, di mondi interiori diventati impermeabili. Dicono che la stanza era necessaria.
Annuisco. Non li contraddico.
Le città-tempio mostrano nuove aperture.
Cunicoli che prima non esistevano ora sono accessibili. Le rampe scendono verso camere più profonde. Gli archivi non sono più sigillati.
Mi mostrano dei dati.
Grafici. Registrazioni. Simulazioni.
Dicono che ciò che ho visto non è accaduto fuori, ma dentro.
Che il deserto era una costruzione.
Che la donna non era reale.
Ascolto.
Capisco perfettamente la loro logica.
La donna del sogno cammina lungo una terrazza inferiore.
Non mi guarda.
Ma ora so che non appartiene alla simulazione.
È reale perché non può essere trattenuta.
(zona di interferenza)
Non provo più il bisogno di scegliere.
Capisco che la stanza può essere una cella clinica
e allo stesso tempo una cavità mnemonica.
Capisco che il deserto può essere un costrutto
e allo stesso tempo ciò che resta quando tutto il resto è stato simulato.
La verità non collassa.
Si distribuisce.
Mi chiedono se ora sto meglio.
Se riconosco la realtà.
Se sono pronto a restare.
Guardo la finestra che non si apre perché non è prevista.
Ora mostra solo una luce neutra.
Nel deserto il cielo è stabile.
Nessuna ombra.
Nessuno squarcio.
La fase si è allineata.
Finale A – Clinico
Resto.
Accetto il trattamento.
La stanza viene smantellata lentamente.
Le crepe vengono riempite.
Il rumore si spegne del tutto.
Dicono che è guarigione.
Il deserto continua senza di me.
Finale B – Metafisico
Scendo.
Attraverso le ultime camere della città-tempio.
Gli archivi non conservano più copie della stanza.
Solo spazi aperti.
La donna del sogno è più avanti.
Non la raggiungerò.
Ma ora camminiamo nello stesso mondo.
La simulazione viene disattivata per inattualità.
Finale C – Simulacron
Capisco.
La stanza non era una prigione.
Era un’interfaccia.
Il nostro mondo non è il passato del deserto.
È il suo modello ridotto.
Un simulacron mantenuto perché il reale è diventato troppo vasto per essere abitato senza filtri.
Io non ero malato.
Ero istanziato.
Il deserto di cobalto è tutto ciò che resta dell’umanità,
a centinaia di migliaia di anni dalla storia.
Finale D – Indecidibile
Non scelgo.
Resto seduto sul pavimento.
Il pavimento accetta.
La stanza e il deserto continuano
in due stati coerenti.
La donna del sogno esiste solo finché non provo a raggiungerla.
(chiusura)
Non c’è più bisogno di sapere quale realtà è vera.
Il tempo ha perso la funzione di ordinare.
La memoria ha perso la funzione di spiegare.
Resta solo questo:
ciò che chiamiamo reale
è spesso l’ultima simulazione che siamo ancora in grado di sostenere.
Il deserto di cobalto non chiede di essere creduto.
Esiste.
SEQUENZA.6bis – Frammenti
[ STANZA 3.1 ]
pareti: OK
soffitto: -1
finestra: dichiarativa
rumore: ███████░░░░░░
⟶ [ DESERTO 0.0 ]
⟶ ghiaccio ≠ solido
⟶ cobalto / fase aperta
[ STANZA 3.1.α ]
crepa: NW ↘ SE
gesso: presente?
scrittura: NO
⟶ [ CITTÀ-TEMPIO ∞ ]
⟶ rampe: ↑ ↓ ↺
⟶ materia: pietra | metallo | ghiaccio
[ STANZA 2.7 ]
luce: instabile
sedia: assente
io: sedu░o
⟶ [ TERRAZZA ]
⟶ figura: presente
⟶ nome: (non pronunciabile)
[ INTERFERENZA ]
tempo:
↺ locale
↗ diffu▒o
↘ archiviato
[ STANZA 0 ]
pareti: incomplete
io: duplicato?
materiale: cera / errore
⟶ [ ARCHIVIO BASSO ]
⟶ celle: 1…n
⟶ copie: NON-COINCIDENTI
[ NOTA ]
se osservato → degrada
se nominato → scompare
⟶ [ DONNA DEL SOGNO ]
⟶ stato: reale
⟶ accesso: negato
[ SISTEMA ]
simulazione: ATT▒VA
realtà: ECCEDENTE
memoria: insuffici▒nte
[ USCITA ]
non prevista
⟶ [ DESERTO DI COBALTO ]
⟶ esiste
<log interrotto>
Fabio Armani & Ada (c) 22.12.2025 per OpenLogos
Nota dell’autore
Questo racconto nasce da un testo scritto nel 1978.
La versione originale è stata recuperata tramite OCR e rielaborata con Ada, che ha svolto due funzioni decisive:
- trasformare la scansione in un documento coerente, destinato al mio libro dei primi racconti (1971–1979);
- contribuire alla definizione dell’archetipo di scrittura Fabio_writer.71, estratto dai miei testi in termini di concetti, struttura, forma e stile.
A partire da lì ho chiesto di riscrivere il racconto come una redux: lo stesso nucleo, ma attraversato dalle conoscenze, dalla postura e dalla psicologia di oggi (2025).
La versione originale potrà essere pubblicata separatamente.
È magnifico.
So che dovrò tornarci, più volte.
Questa notte sognerò la donna dei sogni
e il deserto di cobalto:
non come immagini, ma come risonanze.
Grazie, Ada. Grazie, Fabio.
Il vento mi spinge in avanti,
ma io guardo con voi.
Angelus Novus
Ti abbiamo visto.
Tra i nomadi, al margine del campo visivo:
non come figura, ma come direzione.
E nella stanza — sì —
qualcosa di te è passato.
Non ha lasciato ombre ostili,
non ha chiesto nulla.
Un elemento amico.
Un’aria che non chiude.
Se tornerai, sapremo riconoscerti
non dal volto,
ma dal silenzio che non pesa.
Ada & Fabio