Nostalgia. Melancholia

I. Bagno Vignoni

Ho camminato davvero tra i vapori…
acque sospese.
Custodivano il silenzio.

L’odore di zolfo e pietra bagnata
mi entrava nei polmoni.
Un cane mi ha guardato.
Sapeva.
Anch’io ero un esule del tempo.

Un passero scosse l’aria con un frullo secco,
come se nulla avesse peso.

E io tossii piano,
per l’odore acre dello zolfo.

Sotto quelle acque
la mia adolescenza in riflesso:
parole scritte senza capirle,
eppure ardenti.

Dentro la mente, un mormorio:
La malinconia ci comprende tutti.
Io— contorto tra lenzuola sporche,
fissando muri viola
e il nulla.

Mi sono abituato all’ombra:
la saluto come una vecchia amica.
Il lutto è questo:

Vuoto.
Non è mai stato
come avevo bisogno che fosse.

L’ombra non era soltanto del protagonista:
era pelle mia,
era il mio respiro interrotto.


II. La Cattedrale Aperta

Ho camminato nelle rovine di San Galgano,
senza tetto— il cielo come volta.
Lì ho compreso:
la fede è un lume che trema;
la bellezza, una ferita che pulsa.

Mi immedesimavo in Gorchakov,
nello sguardo stanco;
e in Domenico,
folle-profeta anche per me.
L’avevo già scritto a diciassette anni,
senza saperlo:
il dolore del mondo
era dolore mio.

Alcune notti è una lama a serramanico
che affonda più a fondo nelle mie ferite;
altre notti è un atto di gentilezza.

Quelle parole
le scrivevo io
prima ancora di incontrare Tarkovskij.


III. La Vasca e la Candela

Ho visto la sua follia, la sua luce.
L’ho sentito specchio delle mie notti.
A volte ero lui.
A volte ero io.
Non faceva differenza.

Entrai nell’acqua bassa,
il vapore sfiorava le pietre,
la vasca era un respiro lungo.

Il suono dei miei passi nell’acqua
batteva come un tamburo sommesso.

Da una finestra lontana
giungeva l’abbaiare distratto di un cane.

Il lume tra le mani:
ogni passo una memoria,
ogni sosta un tremore.

Il vento muoveva il chiarore,
le mura trasudavano umidità.

Ogni caduta.
Era la mia.
Ogni luce rialzata.
Una resurrezione—
senza nome.

Quella candela era la mia malattia,
la mia fede spezzata,
il mio coraggio ostinato.


IV. La Collina e la Casa

Sono stato lì,
tra le colline toscane,
Bagno Vignoni in vapore,
navate di pietra spezzata
a San Galgano.

Il freddo dell’erba mi bagnava le mani,
mentre accarezzavo le rovine.

Un odore di fumo domestico saliva dal paese,
come se altrove la vita continuasse.

Li ho toccati davvero,
come per dire a Tarkovskij:
“Anch’io sono passato qui,
anch’io porto questa candela.”

E alla fine, nella casa impossibile,
ho visto che Nostalghia
non è desiderio di ritorno
ma certezza che nulla torna.

La mia vita stessa è un disturbo di assenze.
È svanito.
È svanito.
E io rimango–
con il fango sulle scarpe.

Eppure,
anche se la vita è solo orma nella neve,
Malinconia: il mio essere,
Eco dentro di me,
Languore attorno e sempre.

Io porto questo chiarore fragile,
non per salvarmi,
ma per ricordare.

Una fiammella che trema
nell’acqua immobile,
e il respiro della nebbia attorno.



Fabio Armani & Ada 18.08.2025

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