S02E02 – Direttiva Primaria

Direttiva Primaria — Il primo gruppo vero

Storia del suono vissuto — Serie 02, Episodio 02

Dopo gli Edox venne Direttiva Primaria.

Detta così sembra semplice, quasi una riga di curriculum: prima una band, poi un’altra. Ma a quell’età le cose non funzionano affatto come nei curriculum, anche perché nessuno di noi aveva ancora un curriculum e probabilmente non avrebbe saputo bene cosa farsene.

Storia del suono vissuto

Direttiva Primaria fu qualcosa di diverso.

Fu, almeno nella mia memoria, il primo gruppo vero.

Non necessariamente perché suonassimo meglio di quanto avessi fatto prima, e certamente non perché avessimo improvvisamente raggiunto qualche forma superiore di professionalità. Eravamo ragazzi tra il 1974 e il 1976, con strumenti che oggi meriterebbero una teca museale, parecchie idee e una percezione del futuro decisamente più estesa delle nostre disponibilità economiche.

Ma per la prima volta cominciava a esserci quella strana cosa che trasforma alcuni musicisti che suonano insieme in una band.

E una band, l’avrei capito sempre meglio negli anni successivi, non è affatto la somma dei suoi musicisti.

È un piccolo sistema complesso.

All’epoca naturalmente non la chiamavo così. Non avevo ancora bisogno della teoria dei sistemi per capire che tre o quattro ragazzi chiusi in una stanza con strumenti musicali, aspirazioni, amicizie, gelosie, ragazze, differenze caratteriali e qualche metro cubo di ormoni costituiscono un sistema dinamico piuttosto difficile da prevedere.

Mi limitavo a viverlo.

La prima formazione

All’inizio eravamo essenzialmente in tre.

Io suonavo le tastiere: pianoforte, organo Vox e poi la Solina, strumenti di cui ho già raccontato nella prima serie di Storia del suono vissuto. Carlo era al basso e Umberto alla batteria.

Era una formazione essenziale, ma proprio per questo interessante. Senza una chitarra stabilmente al centro del suono, le tastiere avevano molto spazio e il mio modo di pensare la musica cominciava inevitabilmente ad allontanarsi dal semplice ruolo di accompagnamento.

Del resto erano gli anni in cui ascoltavamo una musica che sembrava autorizzare praticamente tutto.

Il progressive aveva dimostrato che un gruppo rock poteva appropriarsi di strutture della musica classica, improvvisazione jazz, elettronica, tempi dispari, suite di venti minuti e testi che, invece di occuparsi esclusivamente di ragazze e automobili, potevano persino tentare di spiegare l’universo.

Qualche volta riuscendoci meno bene dell’universo stesso, ma questo è un altro problema.

Per un ragazzo che veniva dal pianoforte e che sarebbe poi finito a studiare astrofisica, era difficile non esserne attratto.

Arrivano le chitarre. E arrivano i problemi

Come accade spesso alle band giovani, la formazione non rimase immobile.

Passarono altri musicisti, alcuni per periodi più lunghi, altri meno. Ricordo anche Roberto, flautista, sul quale negli anni è rimasta una definizione affettuosamente impietosa: era forse più efficace come pulitore del flauto che come flautista.

Non tutte le carriere musicali sono destinate a durare.

A un certo punto arrivò Marco Carpiceci, che portò qualcosa di diverso: chitarra acustica, chitarra classica, voce e soprattutto una sensibilità da cantautore. Non era soltanto l’aggiunta di un altro timbro. Cambiava il tipo di possibilità che avevamo davanti.

Una band si trasforma ogni volta che entra una persona nuova, perché non entra mai soltanto uno strumento.

Entra un modo di ascoltare.

Un repertorio.

Un carattere.

Un’idea di ciò che la musica dovrebbe essere.

E, naturalmente, entrano anche tutte le complicazioni non strettamente musicali che accompagnano l’essere umano da quando ha avuto la pessima idea di diventare una specie sociale.

Giorgio

Poi c’era Giorgio.

Giorgio era chitarrista, ma definirlo semplicemente così sarebbe riduttivo. Nella geografia umana di Direttiva Primaria rappresentava una forza decisamente meno controllabile.

Era indisciplinato, carismatico, un po’ pericoloso — almeno secondo i parametri con cui allora classificavamo le persone — e possedeva soprattutto una caratteristica che agli altri membri maschi del gruppo non poteva sfuggire: esercitava una notevole attrazione sulle ragazze che cominciavano a gravitare intorno alla band.

Questo, in una formazione di adolescenti e giovanissimi adulti, non è esattamente un dettaglio sociologico secondario.

Anche mia sorella Monica cominciò a comparire alle prove.

Giorgio, curiosamente, non sembrava interessato a lei.

Probabilmente fu meglio così. Una band progressive degli anni Settanta era già un sistema sufficientemente instabile senza introdurre ulteriori legami familiari nel modello.

Con il senno di poi, però, proprio questi particolari mi fanno capire perché Direttiva Primaria sia rimasta così presente nella memoria.

Non ricordo soltanto gli accordi, gli strumenti o i pezzi.

Ricordo l’ecosistema.

Una band è una piccola società

Quando si raccontano le band molti anni dopo, si tende inevitabilmente a fare archeologia musicale: chi suonava cosa, quali strumenti avevamo, quale repertorio, quali influenze.

Sono informazioni importanti. Ma raccontano solo metà della storia.

L’altra metà è fatta di relazioni.

Dentro una band si negozia continuamente. Chi propone un pezzo, chi lo modifica, chi vuole più spazio, chi arriva preparato, chi arriva tardi, chi considera fondamentale una sezione che gli altri eliminerebbero senza processo, chi pensa che il volume della propria parte sia misteriosamente sempre troppo basso.

E poi ci sono amicizie, alleanze, attrazioni, irritazioni.

In questo senso una band è una delle prime organizzazioni complesse che molti ragazzi incontrano nella propria vita senza sapere che lo sia.

Non esiste un vero capo, oppure ne esistono tre contemporaneamente. Le decisioni vengono prese per consenso, per sfinimento o perché qualcuno comincia a suonare e gli altri, alla fine, lo seguono.

Una forma embrionale di autogestione.

Con amplificatori.

Io in quegli anni cominciavo anche a capire qualcosa che sarebbe rimasto centrale in tutta la mia vita musicale: mi interessava costruire la musica, non soltanto eseguirla.

Il pianoforte mi aveva dato una struttura. Il Vox aveva cominciato a incrinarla. La Solina aveva aperto una finestra sul timbro. Con Direttiva Primaria quelle esperienze individuali entravano finalmente dentro un organismo collettivo.

Il suono non era più soltanto quello che usciva dal mio strumento.

Era quello che accadeva fra gli strumenti.

E fra le persone.

Il progressive come permesso

C’era poi il contesto storico.

Oggi “progressive rock” indica un genere abbastanza riconoscibile, con una propria tradizione, i propri classici e persino una certa liturgia. Negli anni Settanta, almeno per noi, era qualcosa di molto meno codificato.

Era soprattutto un permesso.

Il permesso di non rispettare la forma strofa-ritornello.

Di cambiare tempo.

Di inserire una parte strumentale molto lunga.

Di usare un organo come se fosse un’orchestra, una Solina come se potesse diventare una sezione d’archi e una chitarra come se avesse dimenticato di appartenere al rock.

Il permesso, soprattutto, di essere ambiziosi molto prima di avere i mezzi tecnici necessari per giustificare quell’ambizione.

E forse era proprio questo il bello.

Non disponevamo di workstation con migliaia di preset, computer capaci di registrare centinaia di tracce o librerie orchestrali campionate. Ogni ampliamento del vocabolario sonoro richiedeva uno strumento, un musicista, un collegamento fisico oppure qualche soluzione più o meno ortodossa.

Il limite tecnologico non riduceva necessariamente l’immaginazione.

Qualche volta la costringeva a lavorare di più.

Quello che stava nascendo

Direttiva Primaria durò relativamente poco, dal 1974 al 1976, ma nella mia storia personale occupa uno spazio molto più grande della sua durata cronologica.

Perché lì cominciarono a incontrarsi cose che avrei continuato a inseguire per decenni: composizione, tecnologia, timbro, strutture non convenzionali, lavoro collettivo, immaginario fantastico e quella curiosa convinzione che una composizione musicale possa essere anche un piccolo mondo.

Naturalmente allora non avrei saputo formularlo in questi termini.

Stavamo semplicemente facendo musica.

Provavamo, cambiavamo formazione, discutevamo, aggiungevamo strumenti, immaginavamo cose probabilmente più grandi di noi.

Come fanno quasi tutte le band giovani.

La differenza è che alcune di quelle idee non sono scomparse.

Sono rimaste da qualche parte, deformate dal tempo, mescolate ai ricordi e alle cose che ho imparato dopo. E quasi cinquant’anni più tardi alcune hanno cominciato perfino a riemergere.

È qui che la storia di Direttiva Primaria diventa un po’ più strana.

Perché esiste un punto in cui la memoria smette di essere soltanto memoria e diventa archeologia creativa.

Da frammenti, idee, atmosfere e possibilità di quel periodo è riemerso infatti qualcosa che oggi chiamo Il Tempio Orbitale: non un vecchio disco miracolosamente ritrovato in una cantina, e neppure un falso storico costruito per nostalgia, ma il tentativo di capire quale musica avrebbe potuto nascere da quel mondo.

Questa, però, è un’altra storia.

E merita un episodio tutto suo.


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