S01E04 — Le astronavi e i sintetizzatori

Come mio padre mi insegnò a progettare mondi prima ancora che suoni

Quando ripenso alla stanza in cui stavano il pianoforte, il Vox Super Continental e la Solina, mi fermo. Questa musica racconta soltanto una parte della storia, mentre i strumenti musicali aggiungono profondità.

L’altra parte parla di astronavi.

Può sembrare una frase bizzarra.

Ma è probabilmente la più vera.

Avevo ormai costruito quello che consideravo il mio piccolo centro di controllo.

  • Il pianoforte
  • il Vox
  • la Solina
  • amplificatori
  • pedali
  • cavi

Una disposizione ad L che cambiava continuamente.

Perché una caratteristica mi accompagnava già allora.

  • Non collezionavo strumenti.
  • Collezionavo configurazioni.
  • Inoltre collezionavo strumenti musicali.

Disegnavo schemi ovunque.

Sui quaderni di scuola.

Sul retro dei fogli pentagrammati che iniziavano lentamente a riempirsi di accordi, frammenti melodici e timidi tentativi di composizione.

E soprattutto sulla carta millimetrata.

Quella che prendevo regolarmente a mio padre.

Non la usavo per la matematica.

La usavo per progettare.

  • Misuravo
  • calcolavo
  • disegnavo

Sperimentavo nuove disposizioni.

Riportavo le dimensioni degli strumenti.

Immaginavo configurazioni future.


Guardandola oggi, quella mania non mi sembra più così strana.

Mio padre era architetto.

Ma definirlo semplicemente architetto sarebbe profondamente riduttivo.

Era pittore.

Disegnatore.

Inventore.

Costruttore di mondi.

Da bambino mi aveva riempito la stanza di giocattoli che non esistevano nei negozi.

  • Astronavi.
  • Veicoli futuristici.
  • Macchine impossibili.
  • Castelli.

Oggetti che sembravano provenire da universi paralleli.

La cosa straordinaria è che non erano semplici giocattoli.

Erano credibili.

Avevano cabine.

Portelli.

Motori.

Numeri identificativi.

Logiche interne.

Sembravano prototipi provenienti da un futuro che nessuno aveva ancora visitato.

Oggi penso che mio padre stesse facendo inconsapevolmente una cosa molto importante.

Mi stava insegnando a pensare per sistemi.

Lui progettava mondi da guardare.

Io, qualche anno dopo, avrei iniziato a progettare mondi da ascoltare.

Ma la musica non arrivava da una sola direzione.

Ripensandoci oggi, la mia formazione è nata dall’incontro di più sorgenti — e mio padre, con le sue astronavi e i suoi mondi disegnati, fu soltanto la prima.

La prima sorgente era proprio mio padre.

Non soltanto per i giocattoli.

Anche per la fantascienza.

In casa c’erano centinaia di Urania e Galassia.

Intere collezioni.

Molte delle quali sono poi finite nella mia biblioteca.

Ancora oggi ne possiedo una parte.

Una volta al mese avevamo un rito quasi sacro.

Andavamo al cinema.

A vedere fantascienza.

Non importava che fosse americana o sovietica.

Nuova o vecchia.

Bastava che raccontasse un mondo diverso.

Ricordo ancora:

2001: Odissea nello spazio.

Il pianeta delle scimmie.

Occhi bianchi sul pianeta Terra.

E poi, qualche anno dopo, Solaris.

Molto tempo dopo mi sarei accorto che quelle immagini erano rimaste dentro la mia musica.

Molto più profondamente di quanto avessi immaginato.

La seconda sorgente era la prozia Fiorella.

Ogni tanto arrivava con un regalo.

Un 45 giri.

Qualche volta addirittura un LP.

Per un ragazzo degli anni Settanta era un evento.

Ogni disco era un oggetto prezioso.

Lo si osservava.

Lo si leggeva.

Lo si ascoltava decine di volte.

La terza sorgente era Enzo.

L’amico di mio padre che, tempo prima, era già stato il mio vero conservatorio.

Ma non fu mai l’unico.

Enzo non regalava semplicemente musica.

Regalava percorsi.

Preparava cassette registrate con cura.

Documentate.

Commentate.

Organizzate.

Molto prima di Spotify, degli algoritmi e delle playlist automatiche, c’erano persone come Enzo che costruivano itinerari musicali personalizzati.

Ma accanto a lui, altri completavano la mappa.

Poi arrivò Gianluca.

Ed è qui che avvenne la detonazione.

Eravamo amici dai tempi delle elementari.

Che, a dirla tutta, erano state piuttosto assurde.

Avevamo tredici anni quando mi prestò tre dischi.

Tre soltanto.

Ma bastarono.

  • In the Court of the Crimson King.
  • Close to the Edge.
  • Octopus.

Oggi quei titoli appartengono alla storia del progressive rock.

Allora erano semplicemente tre portali aperti verso territori sconosciuti.

Li ascoltai.

E qualcosa cambiò.

I King Crimson mi mostrarono che la musica poteva essere inquietante.

Visionaria.

Persino spaventosa.

Gli Sì mi mostrarono che una composizione poteva durare venti minuti senza chiedere il permesso a nessuno.

I Gentle Gian mi mostrarono che le regole potevano essere smontate e ricostruite come una macchina impossibile.

Il danno era ormai fatto.

Irreversibile.

E poi c’era una cosa che facevo continuamente.

Leggere ascoltando musica.

I mondi si fondevano.

Ancora oggi, dopo decine di riletture e centinaia di ascolti, alcune associazioni sono rimaste immutate.

1984 aveva il suono di Dark Side of the Moon.

Brave New World respirava al ritmo dei sequencer di Klaus Schulze.

Jonathan Livingston Seagull volava sopra le fanfare cosmiche di Also Sprach Zarathustra.

E l’astronave cilindrica di Incontro con Rama attraversava il sistema solare accompagnata da Foxtrot dei Genesis e da The Planets di Gustav Holst.

Non stavo semplicemente leggendo.

Stavo costruendo universi personali.

In quel periodo successe anche un’altra cosa importante.

Mio padre iniziò ad accompagnarmi ai concerti.

Non disse mai:

“Sei troppo piccolo.”

Non disse:

“Studia.”

Non disse:

“Quando sarai più grande.”

Disse semplicemente:

“Andiamo.”

E così vidi dal vivo gruppi che oggi appartengono alla storia della musica.

I Genesis dell’epoca Selling England by the Pound.

Con Peter Gabriel.

Con i costumi.

Con quel miscuglio irripetibile di teatro, rock e immaginazione.

Gli Sì dell’epoca Tales from Topographic Oceans.

Quando l’eccesso era ancora una virtù.

E poi molti altri.

Per un ragazzo che passava i pomeriggi a disegnare configurazioni musicali sulla carta millimetrata, quei concerti erano visite guidate nel futuro.

Oggi credo di aver capito che cosa stava succedendo.

Non stavo imparando soltanto a suonare.

Non stavo imparando soltanto ad ascoltare.

Stavo imparando a costruire mondi.

E forse è per questo che il pianoforte, il Vox e la Solina non mi sono mai sembrati semplici strumenti.

Erano veicoli.

Astronavi.

Macchine per esplorare territori ancora sconosciuti.

Molti anni dopo sarebbero arrivati i sintetizzatori.

I sequencer.

I computer.

Le workstation.

Le DAW.

Le intelligenze artificiali.

Ma il principio sarebbe rimasto lo stesso.

Cambiano i materiali.

Cambiano le tecnologie.

Le astronavi restano.


fA & aiNEXUS (c) 17.08.2026 per OpenLogos

2 commenti su “S01E04 — Le astronavi e i sintetizzatori”

  1. Leggendo questo pezzo mi sono ritrovato completamente, anche se io col pianoforte non ci ho mai nemmeno provato. Ma la carta millimetrata, quella sì, la conosco bene — solo che io ci disegnavo le astronavi di Guerre Stellari, non configurazioni di tastiere.

    La cosa che mi ha colpito di più è il rito del cinema una volta al mese. Anche noi lo facevamo, in famiglia, e ricordo ancora l’odore della sala e l’ansia prima che si spegnessero le luci. 2001 l’ho visto la prima volta senza capirci quasi niente, e mi è rimasto dentro lo stesso — forse proprio per quello.

    E i tre dischi di Gianluca… io avevo un amico che mi passò Selling England by the Pound più o meno alla stessa età, e ricordo la copertina più della musica, all’inizio. Poi è arrivato tutto il resto.

    Bellissimo il collegamento tra letteratura e musica — anche a me capitava di associare certi libri a certi dischi, senza nemmeno accorgermene finché non ci ripenso oggi. Grazie per aver messo in parole una cosa che pensavo fosse solo mia.

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    • Grazie Marco, questo commento mi fa particolarmente piacere perché racconta esattamente ciò che speravo potesse accadere con questa serie: partire da una storia personale e scoprire che, con infinite variazioni, appartiene anche ad altri.

      La carta millimetrata poi è meravigliosa: io ci progettavo configurazioni di tastiere, tu le astronavi di Guerre Stellari. In fondo facevamo quasi lo stesso mestiere: progettavamo mondi che ancora non esistevano.

      E credo anch’io che film come 2001 ci siano entrati dentro proprio prima che fossimo davvero capaci di comprenderli. Prima lo stupore, poi — magari molti anni dopo — le parole per interpretarlo.

      Quanto a Selling England by the Pound a quell’età… direi che anche il tuo amico sapeva maneggiare materiale pericoloso. 😉

      Bellissima soprattutto la tua ultima osservazione. Forse quelle associazioni tra libri e dischi non erano affatto soltanto nostre: sarebbe interessante scoprire quante persone hanno costruito, senza saperlo, una propria colonna sonora privata della letteratura.

      fA

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