QUINTET: il gioco che non esiste


Il gioco che non esiste: Quintet e la replica di mio padre

Un oggetto impossibile reso reale

Fig. 1 – Quintet Board

Quello che vedete nell’immagine non è un antico gioco da tavolo dimenticato, né un reperto di qualche civiltà estinta. È la replica, intagliata a mano da mio padre in legno, del tabellone di Quintet, il film distopico di Robert Altman (1979).
Un oggetto che, nella realtà, non esiste: è pura invenzione cinematografica. Eppure, attraverso il lavoro artigiano, è diventato tangibile, unico, familiare. Un ponte tra il cinema e la memoria, tra la visione e la materia.

Nel film il tabellone ha un’aura rituale: un pentagono intarsiato con numeri romani, attorno al quale pedine zoomorfe si muovono come in un balletto inevitabile. Il gioco è metafora della sopravvivenza, della fatalità e della morte. Mio padre, trasformandolo in legno vivo, ne ha fatto un oggetto che non appartiene più solo al cinema, ma anche alla mia storia personale.


Il film: gelo, destino e sopravvivenza

Quintet è ambientato in un futuro post-apocalittico, in una Terra avvolta da una nuova era glaciale. Le città sono ridotte a rovine e gli uomini, privati di speranza, cercano consolazione in un gioco: Quintet.

Il film è cupo, silenzioso, visionario. L’architettura congelata, i movimenti lenti e la fotografia lattiginosa di Jean Boffety restituiscono un mondo sospeso tra vita e morte. Non è solo fantascienza, ma una meditazione sul destino umano: in un universo di gelo, l’unico calore rimasto è quello effimero del gioco e della sfida.

Fig. 2 – Locandina Quitet (R. Altman – 1979)

Regista e attori

  • Robert Altman (1925–2006) – uno dei grandi innovatori del cinema americano. Conosciuto per opere corali (NashvilleMASH*, Short Cuts), qui vira verso un’allegoria filosofica più lenta, quasi teatrale.
  • Paul Newman – protagonista assoluto nei panni di Essex, ex cacciatore di foche che diventa giocatore e pedina a sua volta.
  • Vittorio Gassman – in un ruolo ambiguo e carismatico.
  • Bibi Andersson – musa bergmaniana, qui in un contesto glaciale e metafisico.
  • Fernando Rey – volto del cinema europeo, aggiunge gravità e autorità.
  • Brigitte Fossey – fragile e simbolica presenza femminile.

Un cast internazionale per un film che sembra più un rito che una narrazione.


Le regole di Quintet (o quasi)

Nel film le regole non sono mai spiegate fino in fondo, restano enigmatiche come la vita stessa. Tuttavia, alcune versioni ricostruite da fan e scenografi parlano di:

  • Pentagono con 30 caselle numerate (I–V).
  • Pedine a forma di animali.
  • Due dadi per i movimenti.
  • Eliminazione: un giocatore “uccide” un altro occupando la stessa casella.
  • Obiettivo: restare l’ultimo superstite sul tabellone.

In questo, il gioco diventa metafora perfetta della condizione dei personaggi: un mondo chiuso, senza speranza, dove l’unico finale è l’eliminazione.


Perché questo gioco?

Il tabellone che mio padre ha realizzato è, al tempo stesso:

  • un oggetto impossibile reso reale;
  • una reliquia del cinema reinventata;
  • un frammento della mia memoria familiare.

In un film che racconta la fine del mondo, questo piccolo intarsio di legno diventa per me il contrario: un atto creativo, vitale, che resiste al gelo.


📌 Nota per OpenLogos
Questo post appartiene al cluster Cinema e Utopia/Distopia. È un esempio di come l’immaginazione fantascientifica, intrecciata all’artigianato e alla memoria personale, possa creare oggetti “impossibili” che abitano la nostra realtà.


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